“La scala di ferro”, Georges Simenon.

La scala di ferro è uno dei roman durs di Simenon. Così li chiamava lui stesso: romanzi duri o romanzi-romanzi, per distinguerli dai suoi Maigret. Romanzi che rappresentavano ogni volta anche l’ambizione di scrivere «il grande libro», quello che lo avrebbe consacrato come autore tout court pure agli occhi di una critica non molto benevola nei confronti del suo straordinario successo popolare. Il grande libro Simenon non lo scrisse mai, il motivo è molto semplice: Simenon il grande libro lo scriveva ogni volta e tutta la sua immensa opera ne fa parte, come se ogni romanzo, ogni racconto costituissero il tassello di un mosaico di cui si fatica a definire i contorni. Leggerlo senza pregiudizi significa sempre riconoscerne la grandezza, e si finisce per porlo, contro il parere di molti critici, tra i maggiori autori del ‘900. 

Eppure, Simenon scrive quasi sempre la stessa storia, sia che si tratti di un’inchiesta nella banlieue parigina, sia che invece ci porti tra le desolate campagne fiamminghe. Un uomo affronta la grande prova della sua vita e scopre la solitudine che tutti proviamo di fronte alla morte, alla malattia, all’avidità, al tradimento, all’odio. Il punto di vista nei polizieschi – anche se chiamarli così è riduttivo – sarà quello di Jules Maigret, perfetto alter ego dell’autore. Nei romanzi-romanzi invece, a guidarci in un labirinto oscuro sarà una sorta di monologo interiore indiretto, che ci presenta di volta in volta ogni riflessione, ogni sensazione, ogni paura e meschinità del protagonista.  

Di questa vocazione chirurgica alla scrittura, proprio questo La scala di ferro è un magnifico esempio. Una storia semplice: un uomo e una donna più anziana ma ancora desiderabile, una coppia che vive e lavora insieme nel microcosmo di un negozio e dell’appartamento soprastante, collegati appunto da una scala di ferro. Un uomo e una donna che sembrano bastare a se stessi, ogni giorno, ogni notte: «Abbiamo fatto di tutto perché i nostri due corpi fossero un corpo solo, perché la tua saliva fosse la mia, perché il tuo odore e il mio odore fossero il nostro odore». Poi, qualcosa cambia: un malessere, fisico prima ancora che dell’anima, in un primo tempo sottile e quasi inavvertito, poi sempre più frequente e invalidante. Ed Ètienne Lomel inizia la sua personale discesa agli inferi, fatta di domande, di dubbi, di paure, di rassegnazione. «Quel giorno gli sarebbe dispiaciuto non avere una crisi e perciò barava un po’, appoggiandosi in un certo modo al bordo del tavolo in modo da comprimere lo stomaco. Da qualche tempo aveva notato che poteva provocarsi delle contrazioni al petto come e quando voleva». 

Necessaria come la scrittura di Simenon, asciutta, apparentemente trasandata e invece efficacissima. Le percezioni fisiche, la luce, la temperatura dell’aria, il dolore, sono nette, intense, quanto sfumate e ombrose sono invece le riflessioni del protagonista. 

 

 

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«Quel giorno gli sarebbe dispiaciuto non avere una crisi e perciò barava un po’, appoggiandosi in un certo modo al bordo del tavolo in modo da comprimere lo stomaco. Da qualche tempo aveva notato che poteva provocarsi delle contrazioni al petto come e quando voleva». 

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“Tutto quello che è un uomo”, David Szalay.

♦ David Szalay mette in scena con prosa potente e asciutta l’Europa di oggi e le frammentazioni della nostra società. 

Esageriamo un po’. Facciamoci prendere dall’entusiasmo: è come se il Dostoevskij esordiente e rabbioso di Povera gente avesse incontrato il Proust della Recerche, è come se Robert Walser fosse invitato a una cena da Il falò delle vanità di Tom Wolfe. È come un David Foster Wallace che dismette la bandana indossando un cilindro per recarsi di sera a sorbire un tè con Yeats e con un Joyce lucido. Tutto quello che è un uomo, il quarto libro di David Szalay, ma il primo tradotto in Italia (Adelphi, pagg. 402, euro 22; traduzione di Anna Rusconi), è pura e violenta creatività letteraria: un romanzo sartoriale che chiunque può indossare perché, pur nella sua unicità, si adatta alle spalle del lettore ammantandolo in suggestioni che evocano una letteratura quasi ottocentesca, per respiro narrativo e potenza di scrittura da classico, pur senza rinunciare a quegli stilemi che lo inseriscono di diritto tra i migliori scritti del postmoderno. Szalay è come Emmanuel Carrère se Emmanuel Carrère fosse davvero Emmanuel Carrére. Perché mentre lo scrittore francese – soprattutto quello de Il Regno – cerca la fede rifugiandosi nella prova empirica delle teorie e degli interrogativi, creando un cortocircuito vicino all’ossimoro, Szalay crede alla fede del mondo, degli uomini, dei fatti che accadono. E anche quando a uno dei suoi protagonisti capita di alzare gli occhi al cielo non è mai una ricerca dell’altro da sé, ma il trovare una risposta in quell’incontro-scontro tra luce e ombra che caratterizza tutto il libro. Un libro che è poesia di vivere, è un Inno alla gioia che suona con la nitidezza di suono di un dvd ma è, in realtà, un vinile e a noi la scelta, sempre, di come e dove rimettere la puntina nel solco di questi nove capitoli, all’apparenza nove racconti, che incidono la vita. 

Tutto quello che è un uomo racconta il nostro vivere quotidiano animato, contraddittoriamente, dalla «fantasia di nascondersi in un posto dove non succede mai niente». Eppure tutto accade, magicamente, in questo romanzo che ha la sua forza nella maieutica: lo leggi e vuoi raccontarlo, vuoi raccontare e, anche se non per mestiere, quello che nasce è un istinto istante. Perché Tutto quello che è un uomo è la preoccupazione dell’immediato. Dell’istantanea contemporaneità che divora i protagonisti sempre in movimento, in viaggio tra le macerie morali di un’Europa mai così divisa da quando è stata unificata. Non sono loro i colpevoli: perché non hanno nessuna colpa se non quella di essere se stessi. Inserito tra i 100 migliori libri del 2016 dalla New York Times Book Review e finalista al Man Booker Prize, il romanzo di questo scrittore nato a Montreal nel 1974 da padre ungherese e madre canadese è la miglior prova empirica di quello che da decenni si cerca di etichettare come postmoderno: la trasparenza illusoria del realismo. 

Nelle nove storie che racconta, e che s’intrecciano sino a formare un romanzo, Szalay coglie un momento di crisi nella vita di un uomo e lo drammatizza. L’intero romanzo è narrato in un tempo presente penetrante e urgente, e i personaggi, di diverse età, sono presentati senza storie complesse, anzi: quasi senza una storia. Perché «le storie sono punti su un arco quando non sono gli archi stessi». L’effetto è una scrittura di emergenza, quasi la metafora di quella ferita che sono i nostri tempi: intensa, diretta, audace, avvolta spesso in richiami alla malinconia della letteratura mitteleuropea. Tutto quello che è un uomo descrive anche il desiderio maschile e il suo fallimento. Come Michel Houellebecq, sembra sia respingere sia disegnare prosaicamente un erotismo brutale.

(ilgiornale.it)

 

 

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Lui sorride. E pensa; è proprio così che funziona col destino, capisci cos’ha in serbo per te quando è troppo tardi per rimediare. Per quello è il tuo destino – perché è troppo tardi per rimediare.                                                                                  “Quindi è qualcosa che esiste solo a posteriori?” domanda lei.                                  “Direi di sì”.                                                                                                                                    “Ma allora non esiste veramente”.                                                                                          “Se è una questione di logica, non so” le dice. “Non sono un filosofo”.                      “Sei felice?” gli chiede. spremendo ketchup sull’ultima fetta di pizza.                      “Sì, credo di sì. Cioè, dipende da cosa intendi. Non ho certo tutto quello che   voglio”.                                                                                                                                      “E per te la felicità è  questo?”.                                                                                               “Perché, per te cos’è?”. Poi, mentre ci riflette: “Non ho una definizione di   felicità. A che serve?”.                                                                                                               “A sapere se sei felice o no”.                                                                                                     

 

L’amante, Marguerite Duras

Descrizione ♦

La storia d’amore di una francese quindicenne con un giovane miliardario cinese, sullo sfondo di un ritratto di famiglia, nell’Indocina degli anni trenta. Racconto-rivelazione di lucidità struggente, di terribile e dolce bellezza. L’amante trasfigura e risolve integralmente in una scrittura spoglia, e prodigiosamente intensa, il complice gioco che la memoria e l’oblio ricalcano sulla trama della vita.

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Citazione ♦

“La storia della mia vita non esiste. Proprio non esiste. Non c’è mai un centro, non c’è un percorso, una linea. Ci sono vaste zone dove sembra ci fosse qualcuno, ma non è vero, non c’era nessuno.”

“Mi sono provata quel cappello, tanto per ridere, mi sono guardata nello specchio del negozio e ho visto, sotto il cappello maschile, la magrezza ingrata della mia persona, difetto dell’età, diventare un’altra cosa. Ha smesso di essere un dato grossolano e fatale della natura. E’ diventato l’opposto, una scelta che contrastava la natura, una scelta dello spirito. Improvvisamente è diventata una cosa voluta.”

“Quel grande scoraggiamento coglieva mia madre ogni giorno. A volte durava, a volte spariva con la notte. Ho avuto in sorte una madre dominata da una disperazione totale, dalla quale nemmeno i rari momenti di felicità della vita riuscivano a distoglierla. Ingorerò per sempre che cosa in concreto la spingesse ad abbandonarci così.”

“Succedeva ogni giorno. Di questo sono sicura. Bruscamente. A un dato momento, ogni giorno, appariva la disperazione, seguita dall’impossibilità di tirare avanti, dal sonno o da niente, oppure a volte da acquisti di case, da traslochi, o anche da quell’umore, quell’abbattimento, o a volte dall’accondiscendere, come una regina, a qualunque cosa le chiedessero, a qualunque cosa le offrissero, a quella casa sul Piccolo Lago, senza motivo alcuno, con  mio padre già morente, o a quel cappello a testa piatta, perché la bambina lo desidera tanto, idem a quelle scarpe di lamé. O niente, o dormire, o morire.”

“Potrei illudermi, credere di essere bella, di appartenere alla categoria delle donne belle e ammirate, perché davvero tutti mi guardano. Ma io so che non si tratta di bellezza, ma di qualcos’altro, di qualcosa di diverso, che appartiene forse allo spirito.”

“Questo mancare delle donne a se stesse sempre l’ho sentito come un errore.
Non c’era da attirare il desiderio. Il desiderio era in colei che lo provocava o non esisteva. C’era fin dal primo sguardo o non era mai esistito. Era l’immediata intesa sessuale tra due persone o non era niente.”

“Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è.”

“Non ho mai scritto credendo di farlo, non ho mai amato credendo di amare, ho solo aspettato davanti a quella porta chiusa.”

“Oggi, questa tristezza di sempre potrei chiamarla col mio nome, tanto mi assomiglia.”

“Può esprimere i suoi sentimenti solo attraverso la parodia. Scopro che non ha la forza di amarmi contro il volere del padre, di prendermi, di portarmi via. Piange perché non trova la forza di amarmi al di là della paura. Il suo eroismo sono io, il suo servilismo è il denaro paterno.”

“Una famiglia di sasso, pietrificata, chiusa in uno spessore inaccessibile. Tentiamo ogni giorno di ucciderci, di uccidere. Non parliamo tra di noi, non ci guardiamo neppure. Dal momento che siamo visti, non possiamo guardare. Guardare significa avere curiosità verso, nei riguardi di, significa abbassarsi. E’ sempre disonorevole, non c’è nessuno che valga uno sguardo.”

“Ci unisce la vergona essenziale di dover vivere la vita, vergogna dovuta alla parte più profonda della nostra storia, all’esser figli di questa onesta creatura che la società ha assassinato.”

“E’ la stessa cosa, la stessa pietà, la stessa invocazione d’aiuto, la stessa incapacità di giudicare, la stessa superstizione che consiste nel credere a una soluzione politica del problema personale.”

“Da quando lui era pazzo del suo corpo, la ragazzina non soffriva più di averlo così magro, e neppure la madre stranamente se ne crucciava più come prima, proprio come se avesse scoperto che quel corpo era in fondo plausibile, accettabile, come un altro.”

“Lei ha l’incomparabile attenzione di chi non capisce cosa gli dicano.”

“Si sarebbe potuto credere che amasse quel dolore, che lo amasse come aveva amato me, profondamente, forse fino a morirne, e che adesso lo preferisse a me.”

Il selvaggio, Guillermo Arriaga

Descrizione ♦ 

Protagonista del romanzo è un adolescente, Juan Guillermo, che cresce in una città messicana negli anni Sessanta. Il paese è inquieto, corrotto, in preda al traffico di droga, al dominio di una malavita sempre più potente e alla fioritura di gruppi estremisti di varia origine, compresi giovani fanatici religiosi decisi a imporre la loro idea di morale con maniere tutt’altro che ortodosse. Juan Guillermo è frutto di un parto gemellare, ma il suo gemello è nato morto, e lui stesso è stato salvato a stento grazie a numerose trasfusioni, che contribuiscono a farlo sentire in qualche modo diverso, come frutto della mescolanza di ciò che i differenti donatori possono avergli trasmesso attraverso il loro sangue. La sua vita, iniziata all’ombra della morte di questo gemello mai conosciuto, procede attraverso una serie di tragedie che lo lasciano ben presto solo e assetato di vendetta, anche se accanto a lui c’è anche chi cerca di aiutarlo a ricostruirsi un’esistenza normale. La seconda storia che viene narrata nel romanzo, in parallelo alle vicende di Juan Guillermo, è quella di Amaruq, un giovane cacciatore canadese alle prese con un temibile lupo nei gelidi scenari dello Yukon: solo negli ultimi capitoli del romanzo le due vicende, in apparenza così geograficamente lontane e così dissimili tra loro, convergeranno grazie a un elemento comune, da cui nasce il titolo del romanzo. Il selvaggio è un romanzo molto vasto, sia per la lunghezza del testo, sia per la complessità della struttura e per la ricchezza dei temi trattati. Gli affetti familiari, i legami di sangue, la ricerca delle proprie origini, il rapporto tra l’uomo e la natura, soprattutto quando si fa particolarmente inospitale, vengono trattati e rimescolati da Arriaga per costruire un vero romanzo epico, fitto di citazioni letterarie, ma anche filosofiche e musicali, con i Beatles e Jimi Hendrix che diventano emblemi di due stili di vita antitetici tra loro. Se la parte ambientata in Messico traccia un quadro a dir poco sconfortante di questo paese e dei suoi mali endemici, che nessun governo è stato in grado di curare e sconfiggere negli ultimi cinquant’anni, la storia di Amaruq e del suo lupo rimanda senza dubbio ai grandi romanzi di Jack London, che si svolgevano negli stessi scenari innevati, dove ancora oggi l’esistenza dell’uomo è una lotta continua per sopravvivere in un mondo del tutto inospitale.

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Citazioni ♦

“Il nemico più difficile da sconfiggere è quello che vedi tutti i giorni davanti allo specchio”.

Il club degli uomini, Leonard Michaels

Descrizione ♦

Siamo a Los Angeles, a metà degli anni ’70. Con mogli e amanti impegnate («Le donne volevano parlare di rabbia, di identità, di politica, eccetera») sei uomini decidono di vedersi una sera e dare vita per gioco a un club degli uomini. Giusto per non morire di noia. Non finirà bene, per niente. Nonostante l’ospite che offre il salotto abbia un’idea geniale: si nutriranno delle leccornie che la moglie ha preso per il gruppo femminista la sera dopo. Uno sberleffo salutare. E di cosa parlano i maschi se non c’è azione, passione politica? Di donne, naturalmente. L’altra donna, per essere precisi. La donna perduta e idealizzata, un po’ per celia, un po’ per non morire (di noia famigliare). Michaels dà vita letteraria a una di quelle sere tra uomini da evitare come la peste, e sceglie la narrazione in prima persona: un narratore con la maschera dello scettico che scivola senza accorgersi nello sconcerto. Un narratore che non cerca l’intimità col lettore, non mostra empatia, solo perplessità. Cerca di tenersi fuori perché c’è dentro fino al collo – il bellissimo finale è lì a dimostrarlo. È una narrativa dei volti e dei corpi, una successione di istanti (come il notevole Sylvia), quasi come un film di Cassavetes. Quasi.

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Citazioni ♦

“Seduto al tavolo di Kramer insieme a una banda che aveva rubato ben più di qualche pera, non percepivo la malvagità, provavo solo una specie di ebbrezza benché ricordassi di aver detto a mia moglie che sarei tornato a casa presto. La cosa un po’ mi preoccupava. Perché? Perché invece non sentivo alcun bisogno di andarmene. Nessuno lo sentiva. Era rimasto persino Canterbury, il biondino snello che non aveva raccontato nessuna storia e che non rideva praticamente mai”.

 

Follia, Patrick McGrath

 Descrizione ♦

“Le storie d’amore contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni”. Inghilterra, 1959. Dall’interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre, con apparente distacco, il caso clinico più perturbante della sua carriera – la passione letale fra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra dell’ospedale, e Edgar Stark, un artista detenuto per un uxoricidio particolarmente efferrato. E’ una vicenda cupa e tormentosa, che fin dalle prime righe esercita su di noi una malìa talmente forte da risultare quasi incomprensobile – finché lentamente non ne emergono le ragioni nascoste. Il fatto è che in questo straordinario romanzo neogotico McGrath ci scalza dalla posizione abituale, e confortevole, di lettori, chiedendoci di adottare il punto di vista più scabroso di chi conduce una forma singolarmente perversa di indagine: il lavoro analitico. Eppure qualcosa, forse una tensione che a poco a poco diventa insopportabile, ci avverte che i conti non tornano, e che l’inevitabile, scandalosa e beffarda verità sarà molto diversa da quella che eravamo costretti a immaginare.

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Citazioni ♦

“Ma scusa, provai a dirle, in cosa credi consista il tradimento? Nell’andare a letto con qualcuno, o nella possibilità di distruggere, andandoci, la felicità di qualcun altro? Non è mai il fatto nudo e crudo, sono le conseguenze che avrebbe se si venisse a sapere: l’atto in sé è insignificante.”

“Le donne romantiche, riflettei, non pensano mai al male che fanno in quella loro forsennata ricerca di esperienze forti. In quella loro infatuazione per la libertà.”

“L’equilibrio psichico di un artista è così delicato che ogni distrazione, ogni interferenza della cruda realtà esterna posson distruggerlo in un attimo: per fare arte bisogna voltare le spalle alla vita.”

“Ora che doveva trattare Edgar come un bambino, un bambino suscettibile e bisognoso d’affetto, Stella si domandava perché si occupasse di quel bambino, e non del suo.”

“«Ah ma perché per loro è stato un trauma. Se ci pensi, quand’è che cominciamo a fare delle distinzioni tra quel che è giusto e quel che è sbagliato? Quando qualche cosa ci ferisce o minaccia di farlo.»
«Funziona così?»
«Almeno credo. Non sei d’accordo?»”

“Di solito vogliono che tu tenga la bocca chiusa, a volte invece pretendono che gridi, e si aspettano che sappia tu la differenza.”

“Le dissi che era del tutto naturale e prevedibile, che per stare meglio avrebbe dovuto stare peggio, e che anzi quel dolore è un buon segno. Qualcosa stava cominciando a muoversi.”

Il diario intimo di Sally Mara, Raymond Queneau

Descrizione ♦

Sally Mara è una diciottenne che tiene un diario. Con un candore un po’ sospetto e con effetti comici insuperabili, descrive l’ambiente in cui vive e le sue prime esperienze sessuali teorico-pratiche, presentandoci come normali le situazioni più grottesche e scabrose. A questo espediente Queneau ne aggiunge un altro che rende il libro ancora più esilarante: Sally è un’irlandese di religione cattolica che scrive, negli anni trenta, in francese, in omaggio a monsieur Presle, il suo professore tornato in Francia. Per cui, all’ingenuità con cui Sally racconta le cose più indecenti si aggiungono le ingenuità del linguaggio, i continui salti di registro da espressioni volgarissime a espressioni auliche, le parolacce infilate nei punti più impensati, i proverbi scabrosi che il professore si è divertito a insegnarle e che lei ripete con zelo.

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Citazioni ♦

“Il diario lo scrivo da quando avevo dieci anni . La mamma mi diceva «E’ una buona abitudine per le bambine, sviluppa la loro coscienza morale, la perfeziona e tutto ciò, sbattuto in faccia al curato, lo induce a consacrarle suore fino alla morte». Io non sono di questo parere. Non che pensi male delle suorine, ma ha ben altre cose da fare a questo mondo una persona di sesso femminile.”

“Uno sguardo, un semplice sguardo, può destare in un uomo una spiritualità fino a quel momento latente.”

“Quando ne succede una, ne succedono due. Quando non succede niente, continua a non succedere niente.”

 

Musica, Yukio Mishima

Descrizione ♦

Un giorno d’autunno, alla porta del dottor Kazunori, uno psicoanalista, si presenta un’affascinante ragazza che lo informa di non riuscire a sentire la musica. Da qui si sviluppa un’intricata vicenda in cui i tentativi di risalire alla causa del problema (la musica è una metafora dell’orgasmo) vengono descritti con una suspence da romanzo giallo. “Musica” si presenta come un’opera controversa, che mostra la doppia disposizione dell’autore nei confronti della scienza trattata: l’indiscutibile interesse che suscita in un intellettuale quale era lui e lo scetticismo di un nietzscheano convinto che non lascia troppo spazio alle giustificazioni e alle influenze esteriori.

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Citazioni ♦

“«Ah quando entro qui tiro un sospiro di sollievo. Dottore, non vedevo l’ora che venisse il giorno della visita. Credo che non ci sia al mondo un altro posto come questa poltrona, quando mi siedo qui mi sento così rilassata, sia fisicamente che spiritualmente.»
«Pensavo che per lei questa poltrona fosse come una sedia elettrica
«Ma certo dottore,» rispose in tono piuttosto serio alla mia Battuta cattiva. «Proprio per questo. Un individuo che ha accumulato colpa su colpa, può tirare un sospiro di sollievo solo quando alla fine si siede sulla sedia elettrica, non crede?»”

 “La psicoanalisi, è inutile dirlo, è un mezzo per arrivare alla verità, ma nel suo procedimento bisogna dare sia alle bugie che alla verità la stessa importanza. Perché più una persona è abituata a mentire e più non si accorge se quello che sta dicendo è vero o falso.”

 “Mi sembra di voler distruggere con le mie stessa mani quella felicità meravigliosa e inattesa che avevo raggiunto. Non stavo cercando forse ogni mezzo per farlo?”

“La libido maschile è sempre concettuale, e la libido concettuale che non riesce a sublimarsi manifesta apertamente la sua concettualità immatura diventando il nucleo della sofferenza psichica.”

“Qualsiasi uomo, per quanto affascinante possa essere, è reso ridicolo dal desiderio sessuale.”

Trilogia della città di K., Agota Kristof

Descrizione ♦

Quando “Il grande quaderno” apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Storia di formazione, la “Trilogia della città di K” ritrae un’epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.

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Citazioni ♦

“Colpiamo più forte, sempre più forte.
Passiamo le mani sopra una fiamma. Ci incendiamo una coscia, il braccio, il petto con un coltello e versiamo dell’alcol sulle ferite. Ogni volta diciamo:
«Non fa male».
Nel giro di poco tempo non sentiamo effettivamente più nulla. E’ qualcun altro che ha male, è qualcun altro che si brucia, che si taglia, che soffre.”

“«Stia attento Lucas, l’amore a volte è mortale.»”

“«E’ più facile dare che ricevere, vero? L’orgoglio è peccato, padre.»”

” Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

“«Ci si imbarca per qualsiasi posto, in qualsiasi momento, con chi si vuole, se lo si vuole davvero.»”

“Le rispondo che cerco di scrivere storie vere, ma, ad un certo punto, la storia diventa insopportabile prpprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male. Allora abbellisco tutto e descrivo le cose non come sono accadute, ma come avrei voluto che accadessero.”

“«Sono cose che certe volte succedono. Tutta una famiglia si mette a dormire e quello che non dorme rimane solo.»

Tre piani, Eshkol Nevo

Descrizione ♦

In Israele, nei pressi di Tel Aviv, si erge una tranquilla palazzina borghese di tre piani. Il parcheggio è ordinatissimo, le piante perfettamente potate all’ingresso e il citofono appena rinnovato. Dagli appartamenti non provengono musiche ad alto volume, né voci di alterchi. La quiete regna sovrana. Eppure, dietro quelle porte blindate, la vita non è affatto dello stesso tenore.
Al primo piano vive una coppia di giovani genitori, Arnon e Ayelet. Hanno una bambina, Ofri, che occasionalmente affidano alle cure degli anziani vicini in pensione. Ruth e Hermann sono persone educate, giunte in Israele dalla Germania, lui va in giro agghindato in giacca e cravatta, lei insegna pianoforte al conservatorio e usa espressioni come «di grazia». Un giorno Hermann, che da tempo mostra i primi sintomi dell’Alzheimer, «rapisce» Ofri per un pomeriggio, scatenando una furia incontenibile in Arnon, inconsciamente e, dunque, irrimediabilmente convinto che dietro quel gesto, in apparenza dettato dalla malattia, si celi ben altro.
Al secondo piano Hani, madre di due bambini e moglie di Assaf, costantemente all’estero per lavoro, combatte una silenziosa battaglia contro la solitudine e lo spettro della follia che, da quando sua madre è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, non smette mai di tormentarla. Un giorno Eviatar, il cognato che non vede da dieci anni, bussa alla sua porta e le chiede di sottrarlo alla caccia di creditori e malintenzionati con cui è finito nei guai. Hani non esita a ospitarlo e a trovare cosí un riparo alla sua solitudine. Salvo poi chiedersi se l’intera vicenda non sia un semplice frutto dell’immaginazione e dei desideri del suo Io.
Dovra, giudice in pensione che vive al terzo piano, avverte l’impellente bisogno di dialogare con il marito defunto e per farlo si serve di una vecchia segreteria telefonica appartenutagli. Ritorna in tal modo sul passato suo e di suo marito, sul loro ruolo di genitori-guardiani della vita del figlio Arad, ruolo che ha spinto quest’ultimo dapprima a un tragico errore, poi a compiere un gesto estremo che lo ha escluso per sempre dalla loro vita.
Sorto da una brillante idea narrativa: descrivere la vita di tre famiglie sulla base delle tre diverse istanze freudiane – Es, Io, Super-io – della personalità, Tre piani si inoltra nel cuore delle relazioni umane: dal bisogno di amore al tradimento; dal sospetto alla paura di lasciarsi andare. E, come nella Simmetria dei desideri, l’opera che ha consacrato sulla scena letteraria internazionale il talento di Eshkol Nevo, dona al lettore personaggi umani e profondi, sempre pronti, nonostante i colpi inferti dalla vita, a rialzarsi per riprendere a lottare.

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Citazioni ♦

“Forse è proprio per questo che ti scrivo. Perché ti ricordi della versione migliore di me. Mi basta scrivere il tuo nome in cima alla pagina per sentirmi un poco più pulita.”

“Le cose stanno così. A volte chi sparge sale non sa che il suo sale incontra una ferita, invece di un’insalata.”

“Una cosa di cui sono davvero orgogliosa come mamma è il fatto di aver insegnato ai miei figli che l’amore si trasmette innanzitutto tramite il contatto fisico. Li vedo quando salutano gli altri bambini. Sono sempre loro ad abbracciarli per primi. A volte è un po’ ridicolo, l’altro bambino non capisce e rimane lì a braccia penzoloni, però a me si rimpie il cuore di gioia. Perché? Almeno in questo sono riuscita a spezzare la catena. Mia nonna non abbracciava mia madre, perciò la mamma non abbracciava me. Io invece abbraccio Liri. E così lei abbraccerà sua figlia.”

“La sua ansia di essere una di noi ci ha fatto capire che esisteva un “noi”.”

“C’è desiderio e c’è bisogno. Lì, nella Fiat Uno, si trattava di bisogno. Avevo bisogno che qualcuno mi vincesse. Se sei vinta, non hai più paura. Se sei vinta, non te ne frega niente dell’abisso. Te ne stai buttata sul sedile di fianco al guidatore, senza responsabilità. Hai le gambe aperte sul cruscotto, nel corpo ti scorrono flussi di dolore piacevole e credi, almeno per qualche attimo, che niente cambierà, che il tempo ha smesso il suo movimento silenzioso verso la scadenza e si può restare così. Per sempre.”

“Nei veri adii qualcosa rimane sempre tronco.”

“Assaf non grida. Cancella. Chi tradisce la sua fiducia, viene eliminato dalla lista dei suoi beneficiari interiori. E una volta che ti ha eliminato dalla lista, diventa impossibile rientrarci.”

“Enrique si è portato la chitarra sotto l’albero di Hani e le ha cantato Something in the Way dei Beatles con un accento spagnolo spassosissimo e quando ha finito hanno applaudito da tutti i meli e lui si aspettava un bacio, ma a Hani non è mai piaciuto ballare al ritmo del flauto delle aspettative altrui, perciò gli ha rivolto un sorriso dolcissimo e ha ripreso a raccogliere mele, i suoi baci li ha serbati per la notte, in camera, dove potevano essere veri, privati, non di tutti.”

“E’ un po’ imbarazzante avere di nuovo bisogno di te, nello stesso identico modo, dopo più di vent’anni, perché vorrei credere che il tempo passato da allora abbia un senso. Un marito, due figli. Una stanza tutta per me. Che tutto questo mi avesse dotata di una certa stabilità. Ma evidentemente la nostra anima non procede in avanti, solo in cerchi. E ci condanna a cadere e ricadere nelle stesse buche.”

“Qual è poi il più grande segreto che possiamo nascondere al mondo? Il segreto della nostra vulnerabilità. E questo io a te l’ho rivelato ogni giorno.”

“Ti sei tenuto tutto il pianto nel petto per vent’anni. Finchè non hai incontrato me.”

“Lo so, tu non credi a questo genere di metamorfosi improvvise. Ma le metamorfosi rapide possono avvenire, se sotto la superficie ribolliva qualcosa in attesa di esplodere.”

“Risvegliatevi dalle vostre partite di poker e dall’eccesso di preoccupazione per i vostri figli e per i vostri patetici tradimenti, generati dal vuoto e non dalla passione. Svegliatevi dalle vostre poltrone troppo comode davanti al televisore e dai vostri consulenti finanziari che consigliano di accendere un mutuo per comprare un altro appartamento in un condominio identico a questo, in una periferia identica a questa. Svegliatevi dalla mancanza di fede, dalla mancanza di partecipazione e dalla mancanza di interesse. Risvegliatevi dall’eccesso di vacanze e dall’eccesso di automobili, dall’eccesso di oggetti elettronici e dall’eccesso di corsi per i figli. Non lontano da qui sta succedendo qualcosa di veramente importante. E voi dormite.”

“Ti percepisco in ogni angolo. Sento i tuoi passi dietro di me. Una gamba leggermente più lunga dell’altra. La notte, mi allungo verso il tuo lato del letto. Ti cerco. Mi parli nella testa mentre guardo la televisione. Esprimi la tua opinione, generalmente negativa sul livello del programma. Per mesi, dopo che te ne sei andato, ho continuato a comprare cetrioli sott’aceto. Sì, ti trovo anche in cucina. Il tuo odore, l’odore del tuo corpo, improvvisamente si fa strada, senza preavviso, tra gli effluvi delle pentole. A volte per errore apparecchio ancora la tavola per due. Quando esco, ti saluto in cuor mio. E rientrando, in cuor mio ti saluto.
Ancora più tremendi sono i momenti in cui non ti sento più. Momenti che ultimamente si sono moltiplicati. D’un tratto non riesco a ricordare la forma delle tue orecchie. Riesco a risolvere uno dei tuoi cruciverba criptici senza di te. A sturare il lavandino senza di te. Allora sento il vuoto dove prima c’eri tu. Sento che questa casa è vuota dove prima c’eravamo noi. E se ci rimarrò mi cattureranno le tele di ragno della tua morte; mi si tessono intorno e finirò per morire come un insetto.”

“Le coppie veramente unite si spartiscono non solo le mansioni casalinghe, ma anche le mansioni della memoria.”

“Chi parte anela alla libertà del viaggio, e chi resta si abitua a cavarsela senza chi è in viaggio.”

“Se mi chiedessero cos’è l’amore, direi: la certezza che esiste, in questo mondo bugiardo, una persona completamente onesta con te e con la quale tu sei completamente onesta, e fra voi è solo verità, anche se non sempre dichiarata.”

“Pareva che, nonostante i presenti in teoria decantassero fraternità e cooperazione, la tensione più impellente fosse quella all’individualismo.”

“Sono convinta che sapevi cosa si nascondeva nella copertina di Bach ma hai deciso, saggiamente, di tacere. Accettare per me questo compromesso, e molte altre piccole rinunce, per poter, al momento giusto, esigere in cambio da me la rinuncia più grande.”

“I colpi più dolorosi arrivano quando non si è pronti a difendersi.”

“Se c’è una cosa che le ultime settiamane mi hanno insegnato, è che le persone sensate non esistono. E nemmeno le azioni sensate. Esiste solo l’azione che una persona specifica, in un momento specifico, deve compiere.”

“Volevo parlare con te perché sapevo che a te avrei potuto dire solo la verità. Tutta la verità. E questo mi avrebbe costretto a fare la cosa più difficile: levare le maschere e guardarmi in faccia, guardare le mie scelte e le loro conseguenze, nel bene e nel male. Anche nel peggiore dei mali.”

“Capisci Sigmund Freud era un uomo molto intelligente, ma ieri sera, dopo aver terminato l’ultimo volume dell’opera omnia e averlo posato sul comodino, ho pensato che un errore l’ha fatto. I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio che ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno lo storia. Se non c’è uno così, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi, allora si parla con la segreteria telefonica. Michael. L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’altrio, in cerca del pulsante della luce.”

“Probabilemnte diresti che devo aspettare un invito esplicito da Adar. Non è la nostra strada imporci agli altri.
Ma d’ora in poi non si tratta più della nostra strada, amore mio, fiore mio, mia sventura.
D’ora in poi è la mia strada.”