L’Aleph, Jorge Luis Borges

Descrizione ♦

Borges, argentino, è uno scrittore diverso da tutti gli scrittori sudamericani: non ci sono “realismo magico”, né calde passioni o destini legati al sole bollente di quelle latitudini; ma Borges è anche diverso dagli anglosassoni, o dagli europei. Borges è unico. Sono state usate molte definizioni per questo autore, e forse nessuna di queste è del tutto esauriente; anche perché spesso leggere Borges fa girare la testa, e quindi si perde di lucidità e di capacità critica. Nel tentare una definizione di un autore così singolare c’è chi punta sul carattere fantastico e metafisico dei suoi scritti; chi sull’intuizione che presiede il suo lavoro, chi sul suo mondo fantastico governato dalla logica. Nonostante l’insistenza sul carattere fantastico, però, Borges non scrive storie fantastiche nel senso comune del termine, infatti i suoi racconti sono definiti in senso sia spaziale che temporale e anzi, a volte ai personaggi inventati vengono addirittura accostati personaggi reali. Lo scrittore argentino tratta temi assoluti, usa un linguaggio eccezionale ed evocativo, dimostra una fantasia strabiliante e un’erudizione capace di mettere soggezione. Tuttavia, nonostante simili presupposti, si riesce a leggere in maniera scorrevole e comprensibile. In L’Aleph sono raccolti diversi racconti basati sui concetti cari a Borges -il dolore, il destino, la pazzia, la morte, il tempo, la personalità e il suo sdoppiamento- nei quali l’autore non fa che indagare l’insondabile mistero dell’esistenza dell’individuo, concentrandosi su quanto vi è di sorprendente e di paradossale e, talvolta, lasciando sgomento il lettore il quale, perso in una narrazione vertiginosa, può sentirsi in balia del nonsenso. Tuttavia Borges non è un nichilista, e nella sua indagine intuitiva di un universo sospeso tra la norma e l’assurdo, tra l’ordine e il caos, ciò che emerge è la speranza riposta, nonostante tutto, nell’uomo. Poiché l’unico riscatto dall’incomprensibile, dall’oblio, è possibile solo nell’esperienza vitale, seppure incomunicabile, di ciascuno. Per la capacità di provocare con maggiore forza lo sgomento e la pietà che Borges sa suscitare con le sue trattazioni misteriose ed oniriche, tra i diversi racconti che compongono questa raccolta ho apprezzato particolarmente L’Immortale, Lo Zahir e, soprattutto, La casa di Asterione: quest’ ultimo colmo di pathos e di una pena profonda per il protagonista, per la sua solitudine completa, per l’assoluta incomunicabilità e per la sua assurdità, narrate in quattro brevissime pagine orientate verso un finale ovvio eppure sorprendentemente inatteso.

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Citazioni ♦ 

“Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. (…) Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo”.

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I fratelli Rico, Georges Simenon

Descrizione ♦ 

Simenon decide questa volta di fare l’americano e non soltanto nel senso che “I fratelli Rico” è stato scritto durante il lungo soggiorno negli Stati Uniti. I lettori di Simenon sono già abituati ai romanzi che lo scrittore belga ha prodotto nel corso del suo complesso girovagare tra i vari stati (un periodo comunque complesso per vicende umane e affettive). Questa volta, in effetti, la vicenda è ambientata nel mondo della mafia e pone sullo sfondo il potere cupo e non revocabile dell’“organizzazione”. Pur con alcuni omaggi alla struttura narrativa del giallo più propriamente poliziesco, la “mano” di Simenon si fa sentire anche in questo caso, narrando una vicenda di rara violenza psicologica e criminale, ma senza mai mettere in primo piano brutali azioni criminose. I fratelli Rico, figli di una modesta famiglia di origine italiana che vive a Brooklyn, vedono il loro destino segnato da un evento del tutto casuale. Il padre – umile e poco appariscente negoziante, abituato fondamentalmente a tacere – è ucciso dalla pallottola destinata a un boss emergente che aveva trovato riparo nella sua bottega. Con un calcolo immediato di donna poco incline al dolore, la madre nasconde il boss fuggitivo, salvandogli, di fatto, la vita. Questa tragica vicenda donerà ai suoi tre figli una sorta di ombrello protettivo per la loro carriera criminale. Il destino, come in quasi tutte le produzioni di Simenon, è però in agguato e giungerà per chiedere indietro quanto dato. I tre fratelli operano per così dire a livelli diversi nell’organizzazione: Tony, il minore, fa da autista per rapine ed esecuzioni; Gino è diventato uno spietato killer; Eddie, che vive in Florida, è gestore di una zona (case da gioco, scommesse, locali, macchinette) per conto di livelli ben più importanti. Eddie è stato usato per gestire situazioni delicate – non appaia un controsenso – per il suo senso dell’onestà e per il suo rispetto delle regole: onestà rispetto ai guadagni e rispetto delle regole dell’organizzazione. Eddie è così; è un negoziatore che non minaccia o usa violenza; Eddie è calmo, freddo. Eddie ha raggiunto per questa via il benessere che voleva; si è fatta costruire una bella villa; ha una serena famiglia; si è scelta una zona non appetibile per altri e ha messo su una proficua attività di copertura. Il suo modo di fare, tranquillo e poco appariscente, gli consente di intrattenere sereni rapporti con le autorità locali, senza strafare, senza chiedere di più, senza fare ombra a quei livelli dell’organizzazione che Eddie sa essere ben più potenti e forti di lui. Eddie ha un soprannome che non nasconde soltanto ammirazione ma anche una parte di disprezzo: Eddie è il Ragioniere.

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Citazioni ♦

“Il giorno prima gli aveva telefonato Phil. E quando Phil si faceva vivo per Eddie non era mai un buon segno. L’aveva chiamato da Miami per parlargli di un tale, di cui non aveva fatto il nome. Al telefono non faceva mai nomi.
«Eddie?»
«Si»
«Sono Phil». Non diceva mai una parola di troppo. Era un modo di atteggiarsi. Anche se chiamava dalla cabina telefonica di un bar non usciva mai dal personaggio.”

Bull Mountain, Brian Panowich

Descrizione ♦

Le umane debolezze sono, da che mondo è mondo, un segmento di mercato ben preciso e circoscritto, oggetto di estrema attenzione in quanto area di sviluppo potenzialmente inarrestabile e illimitato, nonché fonte inesauribile di spinte all’innovazione e alla creatività. Innovazione e creatività sono – appunto – il carburante che permette il funzionamento della macchina produttiva della famiglia Burroughs, protagonista del romanzo di cui andremo a parlare, che ha fatto dell’evoluzione la principale ragione di successo ininterrotto da oltre cinquant’anni, passando dalla distillazione di moonshine (di ottima qualità, peraltro) alla coltivazione di marijuana e, per stare al passo con i tempi, alla produzione di metanfetamine. Bull Mountain, lo strepitoso romanzo d’esordio di Brian Panowich, pubblicato da un paio di settimane in Italia grazie a NN Editore, prende le mosse nei boschi della Georgia nel 1949 per concludersi ai giorni nostri, seguendo le vicende dei diversi campioni di questa famiglia a dir poco disfunzionale, in cui l’unico linguaggio comune è quello della violenza e dell’abbrutimento. In questo mondo alla rovescia, Clayton Burroughs, che si è allontanato dai fratelli e ora è lo sceriffo della contea, rappresenta una vergogna, una macchia indelebile nell’identità delinquenziale del clan. Una saga familiare tragica e drammaticamente reale, un romanzo in cui l’intreccio disegna un cerchio perfetto attraverso le interazioni tra i personaggi e lo scorrere del tempo, uno sviluppo in cui il senso degli eventi e dei personaggi stessi affiora poco alla volta con il procedere della lettura. Panowich gestisce il tempo della narrazione in modo magistrale, scomponendo la successione cronologica in modo da ricostruire gli eventi in modo efficace, esasperando contemporaneamente la suspence e magnetizzando l’attenzione del lettore. Bull Mountain è un noir superlativo, con una trama sorprendente e un altissimo livello di realismo, che ruota intorno ai protagonisti definendoli in modo approfondito, sondandone la psiche e presentando un contesto sociale estremamente disagiato, minato dall’abuso di alcol, da inaffettività e soprattutto da assoluta ignoranza su tutto ciò che esiste oltre i margini della foresta in cui i Burroughs sono confinati. Il loro mondo è esclusivamente maschile, perché le donne fuggono da una quotidianità violenta e umiliante, abbandonando anche i figli – maschi – a quella vita che si rivela un circuito chiuso in cui anche i bambini, crescendo, avranno la strada già tracciata, immutabile di generazione in generazione. Una situazione su cui incombe il paradosso dell’attaccamento alla terra e dell’onore familiare, del valore della coesione, dell’unità pretesa a tutti i costi e indipendentemente dalle scelte compiute, senza la minima riflessione sulla mancanza di un’etica di qualsiasi genere nella direzione data alle proprie vite. Un mondo in cui il confine fra giusto e sbagliato, fra buoni e cattivi è estremamente sfumato e in cui entrambe le caratteristiche permeano i protagonisti, nessuno dei quali può assumere il ruolo di “cavaliere bianco” e scagliarsi lancia in resta contro i mostri nascosti negli anfratti della montagna maledetta, proprio perché condannato a combattere con quelli che affiorano dal proprio passato. Tutti, nel mondo piccolo di Bull Mountain, sono in qualche modo legati gli uni agli altri, attraverso eventi anche casuali e imprevedibili. Qui il concetto di famiglia si rivela nell’accezione peggiore, dagli effetti tragici e ineluttabili. Nella prosa di Panowich sono ben presenti modelli “nobili” quali McCarthy, l’Elmore Leonard di Justified, il Quinn Colson di Ace Atkins, oltre a Lansdale, Pizzolatto, Lehane, Sam Hawken e altri ancora. Questo, tuttavia, non fa di Bull Mountain l’ennesima riproposizione del western moderno, ma al contrario arricchisce una trama già interessante con una narrazione cruda, diretta e muscolare, intrisa di sangue e di moonshine, con un lessico di alto livello e allo stesso tempo commisurato alle capacità espressive dei singoli protagonisti. Sfondo della vicenda è, anche in questo caso, l’America di provincia, quel mondo nascosto, idolatrato o esecrato a seconda del punto di vista degli autori, comunque teatro ideale – molto più di quanto lo sia la big city – per rappresentare le controverse e multiformi vicende umane.

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Citazioni

“«E lui?». Clayton fece un cenno verso il biondo, che stava riacquistando i sensi per l’intenso calore.
«Che si fotta. Dai, vieni». «Ma brucerà vivo».
«E allora?» Halford era sul punto di perdere la pazienza. «Muovi il culo su per quel sentiero prima che ti molli qui ad arrostire in sua compagnia». “

Le acque del nord, Ian McGuire

Descrizione ♦ 

Muscolare. Serrato. Intelligente. E avvincente come un film di Quentin Tarantino. “Le Ian McGuire, pubblicato da Einaudi, è un romanzo ben scritto: i topoi del racconto d’avventura (Conrad, Stevenson, Melville) rivisitati in taglio pulp. Per venire alla trama, “Le acque del nord”è senza dubbio una storia di mare. Con ramponieri e ciurmaglia varia (in vece di pirati e capitani coraggiosi) a caccia di balene e di fortuna. Ad imbarcarsi sulla Volunteer nel suo viaggio tra il Canada e la Groenlandia, intorno alla metà dell’Ottocento, c’è invero anche il dr. Patrick Sumner, un ex medico militare con molto più di qualche fantasma alle spalle, ma sulla Volunteer ne trovi certamente di peggiori: di uomini ferini, dal passato oscuro e il futuro da inventare, sulla Volunteer puoi trovarne quanti ne vuoi. Uomini come Henry Drax, capacissimo ramponiere, ma votato al vizio e alla brutalità, soprattutto se ha dato fondo alla bottiglia. O come lo stesso capitano Brownlee, dedito ai loschi affari e accompagnato da una fama poco rassicurante, per aver fatto incagliare contro un iceberg un’altra baleniera. Che quello della Volunteer sia un viaggio destinato ad andar male lo intuisci quindi dalle prime battute, ma certo non fino al punto e ai modi in cui andrà male. È la scoperta del cadavere brutalizzato di un giovane mozzo che dà la stura all’abominio in cui precipita il Volunteer, in un progressivo gioco al massacro tra i ghiacci dove le categorie morali si frangono e ricompattano di continuo. Così che tra homo omini lupus, fame, violenza, distese a perdere di ghiaccio e orsi polari, avrà la meglio – in senso quasi darwiniano del termine – solo il più forte. O forse il più fortunato. Via via che procede verso il suo climax “Le acque del nord” getta la maschera e si rivela un thriller a tutti gli effetti, virando verso un finale simil-western degno dei racconti di Elmore Leonard e Corman McCarthy. Che dire ancora di questo romanzo? Che la scrittura di Ian Mc Guire è solidissima, e che si tratta senza dubbio di letteratura di intrattenimento ma di ottima qualità.

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Citazioni ♦

“Cavendish alza gli occhi al cielo.
«Certi bastardi hanno la vita facile,» commenta. Brownlee lo fulmina con lo sguardo.
«Il medico ha il suo ruolo su questa nave, Cavendish, e voi avete il vostro. Basta con queste stronzate.»
Drax e Cavendish s’incontrano di nuovo a mezzanotte, al cambio della guardia. Cavendish prende da parte il ramponiere e si guarda intorno prima di parlare.
«Potrebbe ancora crepare, giusto?» chiede. «Lo hai visto com’è messo?»
«Ho visto un coglione duro a morire,» risponde Drax.
«E’ uno stronzo coriaceo, questo è sicuro».
«Avresti dovuto piantargli una pallottola in corpo quando ne hai avuto l’occasione.»
Cavendish scuote il capo e aspetta che passi uno degli shetlandesi.
«Non l’avrei mai passata liscia,» dice. «Brownlee e pappa e ciccia con lui, e anche Black».”

 

Il Terzo Reich, Roberto Bolano

Descrizione ♦

Appena mette piede nella sua stanza d’albergo sulla Costa Brava, il giovane Udo Berger ottiene, dopo molte insistenze, che gli venga portato un grande tavolo, sul quale piazza il wargame di cui è campione assoluto e di cui intende elaborare nuove e più audaci strategie: il Terzo Reich. L’atmosfera è delle più beatamente, ottusamente balneari. Eppure, quasi subito, sentiamo che non tutto è luce, e che nell’ombra sono in agguato fantasmi inquietanti. Né ci vorrà molto perché la liscia superficie della routine vacanziera si incrini: e dalle fenditure vedremo apparire qualcosa in cui non potremo che riconoscere il Male. A mano a mano che l’estate si spegnerà, l’albergo, svuotandosi, assomiglierà pericolosamente a quello di Shining – mentre noi, insieme a Udo (sempre più ossessionato dal suo gioco, e risoluto a trovare il modo di portare alla vittoria l’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale), cominceremo a interrogarci sugli eventi ominosi a cui andiamo assistendo. A chiederci, per esempio, che cosa abbia davvero in mente Frau Else, l’affascinante ed enigmatica proprietaria dell’albergo, o perché il Bruciato, l’uomo dal corpo e il volto coperti di cicatrici ripugnanti che vive sulla spiaggia, abbia ingaggiato contro Udo una lunghissima partita di Terzo Reich – una partita che sembra trasformarsi, a poco a poco, in una cruenta, allucinata «lotta per la vita e per la morte». Ma soprattutto ci chiederemo per quali tortuose vie quel che avviene nel gioco influenzi gli avvenimenti del mondo reale – o non è piuttosto il contrario? Pubblicato a sette anni dalla morte dell’autore, questo romanzo del primo Bolaño rivela già tutta la forza e la sapienza della sua scrittura, la sua capacità di evocare atmosfere di sorda, velenosa minaccia.

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Citazioni ♦

“Dopo pranzo l’albergo cade in uno strano sopore; chi non va in spiaggia o a fare un giro nei dintorni si ritira a dormire, vinto dal caldo. I dipendenti, salvo quelli stoicamente in servizio al bancone del bar, scompaiono e non si vedono più prima delle sei di sera. A ogni piano regna un silenzio appiccicoso, interrotto di tanto in tanto da voci infantili, soffocate o dal ronzio dell’ascensore. A tratti si ha la sensazione che un gruppo di bambini si sia perso, ma non è così; è solo i genitori preferiscono tacere”.

Di qua dal paradiso, Francis Scott Fitzgerald

Descrizione ♦ 

Sin da bambino Amory Blaine era irresistibile. Capelli biondo ramato, occhi grandi e incantevoli, immaginazione fervida e perfino dotato di un certo gusto per gli abiti eleganti. Aveva preso molte caratteristiche da sua madre Beatrice, una di quelle donne che avevano saputo cogliere l’essenza dell’eleganza e della raffinatezza. Decisamente diverso suo padre Stephen, un uomo dabbene, mai particolarmente deciso o risoluto, sempre impegnato a far quadrare i conti di una famiglia viziata e capricciosa. Amory, nei primi anni della sua vita, crebbe come un principe, venendo assecondato  nei propri desideri e nelle proprie inclinazioni, affinando giorno per giorno la sua brillante favella e il suo ricercato stile di vita. Non si stava assistendo alla formazione di una persona ma alla nascita di un personaggio …
Di qua dal paradiso, opera prima del cantore dell’età del Jazz Francis Scott Fitzgerald, torna in libreria con una nuova, frizzante traduzione curata dalla scrittrice Veronica Raimo. Romanzo travagliato e intenso, intriso di riferimenti autobiografici, rappresenta il primo tentativo dell’autore statunitense di affermarsi come scrittore in un periodo storico che ad alcune fra le menti più eccelse del secolo alternava una preoccupante orizzontalità e commercialità dei gusti letterari. Fitzgerald venne presentato come una via di mezzo; fa sorridere oggi la promozione  che fece all’epoca la Charles Scribner’s Sons a proposito di questo romanzo, definito “Un libro sulle flapper, scritto per i filosofi”.  Come mettere insieme le fanciulle un po’ disinibite e vanesie dell’epoca con i filosofi, i maestri del pensiero arroccati dietro i loro baffoni spessi intrisi di tabacco? Fitzgerald sembrò avere la ricetta giusta: una parte di ragazze bellissime ma estremamente frivole; due parti di formazione letteraria in grado di spaziare con estrema facilità da Eschilo ai propri contemporanei; una parte di  yuppies ante-litteram e per finire uno spicchio d’arancia di vita vissuta che, si sa, col cocktail “è la morte sua”; shakerare il tutto ed ecco Amory Blaine, ovvero come saper distillare attraverso gli occhi di un solo personaggio gli sconvolgimenti economici, politici e sociali della Belle Époque. Il protagonista, che a una lettura superficiale sembra essere solamente un Premio Oscar (Wilde) del dandismo, è in realtà lo specchio tragico e fedele di una società tachicardica che ostenta il proprio libertinismo nascondendo le briciole dell’ipocrisia vittoriana sotto il tappeto (o meglio, facendole nascondere alla domestica); una società travolta dal relativismo dei valori in cui il vessillo clericale inizia a vacillare sotto i colpi dei primi germi superomisti e delle patriottiche rese dei conti su scala mondiale. Amory vede tutto ciò con occhio disinteressato; del resto lui è solo un ragazzo di buona famiglia che ha deciso di vivere come i protagonisti dei suoi romanzi preferiti e dedicando quindi la maggior parte del tempo al culto di se stesso. È un egotista attorno al quale vorticano i cambiamenti radicali di un’epoca intera fatta di promesse mantenute a metà ed è a questo punto che Amory diventa un egotista fallito, un outsider consapevole della propria incapacità di adattarsi al mondo di cui per tutta la vita ha cercato di far parte. Il suo personaggio si scontra con i meccanismi chiusi di una società bigotta e venale, solo apparentemente nuova e aperta al cambiamento; egli allora si autodefinisce “idealista cinico”, rendendosi conto che vivere da ricchi tutti insieme non era altro che una costosa chimera e solamente sognarlo non avrebbe avuto alcun costo, monetario o umano.

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Citazioni ♦

“Sul limitare di giugno, gli occhi smeraldini della tragedia accecarono Amory. La notte dopo la sua gita a Lawrenceville, un gruppetto partì alla volta di New York in cerca di avventura per ritornare a Princeton a bordo di due macchine verso mezzanotte. Era stato un viaggio divertente, con stati di sobrietà declinati in ogni variante”.

Jezabel, Irène Némirovsky

Descrizione ♦

Quando entra nell’aula di tribunale in cui verrà giudicata per l’omicidio del suo giovanissimo amante, Gladys Eysenach viene accolta dai mormorii di un pubblico sovreccitato, impaziente di conoscere ogni sordido dettaglio di quella che promette di essere l’affaire più succulenta di quante il bel mondo parigino abbia visto da anni. Nel suo pallore spettrale, Gladys evoca davvero l’ombra di Jezabel, l’ombra che nell’Athalie di Racine compare in sogno alla figlia. La condanna sarà lieve, poiché la difesa invoca il movente passionale. Ma qual è la verità – quella verità che Gladys ha cercato in ogni modo di occultare limitandosi a chiedere ai giudici di infliggerle la pena che merita?

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Citazioni ♦

“Era molto difficilmente influenzabile, e apparteneva a quel tipo di ragazzi che le buone compagnie non possono migliorare, né le cattive corrompere.”

“Teresa, che dopo un valzer si sentiva stanca, guardava Gladys con invidia e ammirava quel corpo delicato che nascondeva una grandissima resistenza per il piacere.”

“Era bello e infatuato della propria bellezza come una fanciulla; ed era incostante, bugiardo, tenero e debole. La loro vita in comune fu un disastro perché usavano, l’uno contro l’altro, le stesse armi, armi femminili, menzogne, astuzie e capricci.”

“Che cosa c’era di più bello al mondo e quale voluttà era paragonabile a quella di piacere?… Quel desiderio di essere venerata, di essere amata, quell’aspirazione in fondo banale, comune a tutte le donne, era diventata per lei una passione, come quella del potere e dell’oro nel cuore di un uomo, una sete che aumentava negli anni e che niente, mai, aveva potuto estinguere.”

“«Voi non capite, Tess. Siete diversa. Vivete la vita con calma, con freddezza. Io invece vorrei bruciare la mia e poi sparire…».”

“Un amore tenuto segreto a lungo, a lungo chiuso nel cuore, invecchiando diventa amaro, si corrompe e si trasforma in acre risentimento.”

“«Siete terribilmente donna, Gladys».
«Perché».
«Non vi accontentate mai di intuire. Esigete di sapere».”

“«Ecco,» pensò «è questo che mi ci vorrebbe, qualcuno che mi culli, che mi rassicuri… Se almeno potessi, come Lily, accontentarmi di amare… Lo so che sono ancora nell’età dell’amore, ma non è amore che voglio, è essere amata, sentirmi piccola, fragile, stretta tra forti braccia…».”

“Amava sua figlia; l’aveva sempre amata, ma nel modo capriccioso, frivolo con cui amava ogni cosa. Il suo affetto incostante era inframmezzato da lunghi periodi di indifferenza.”

 

Ragazzi di vita, Pier Paolo Pasolini

Descrizione

Quando nel 1955 Pier Paolo Pasolini pubblica il suo primo romanzo, Ragazzi di vita, si è trasferito a Roma solo da qualche anno. Per lui che viene dal Friuli, l’incontro con Roma costituisce la progressiva scoperta di una città-mondo sedimentata nei secoli, una città-lingua in cui immergersi, inabissarsi, per poi risalire a galla con il desiderio di raccontarla. Il desiderio di narrare Roma, la sua grazia e il suo sfacelo, la sua gente e il suo brulicare, pervade tutta l’opera dello “straniero” Pasolini (straniero sia rispetto alla metropoli, sia rispetto ai dettami ufficiali della cultura italiana dell’epoca). E la pervade fino all’ultimo, fino all’anno della sua uccisione, avvenuta esattamente vent’anni dopo, nel 1975.
Da un punto di vista letterario, Ragazzi di vita rappresenta il momento aurorale di questo desiderio di raccontare la città eterna. Ma quale Roma decide di vivere e di raccontare Pasolini? Non la Roma del centro e dei monumenti, non la Roma della politica, non la Roma della borghesia e del boom economico che incomincia a materializzarsi proprio alla metà degli anni cinquanta. Pasolini decide di narrare (dopo essersi umanamente accostato ad essa) la Roma dei margini, la Roma dei sottoproletari esclusi dalla Storia.
Ragazzi di vita racconta un universo brulicante di vita che ruota intorno al personaggio di Riccetto, un ragazzino che cresce in una borgata romana dell’epoca, tra la fine della Seconda guerra mondiale e i primi anni cinquanta, insieme ai suoi coetanei. Il mondo pasoliniano dei “ragazzi di vita” sembra essere separato da quello degli adulti e dalle loro leggi, come se un confine netto li dividesse. È un mondo che vive di vita propria, in cui il lavoro (almeno fino a un certo punto del romanzo) e i “valori borghesi” espressi dalla società dominante sono del tutto assenti. Questi ragazzi sembrano pervasi da una fame atavica, dal desiderio di vivere e succhiare quanto i brandelli della città che possono sfiorare riescano ad offrirgli. Vivono alla giornata, senza preoccuparsi del domani. Quando ci riescono, placano questa fame atavica (che sembra precedere la loro stessa venuta al mondo) organizzando dei piccoli furti, rubando ad esempio la ghisa che poi rivendono ai rigattieri e spendendo subito – immediatamente – i pochi soldi che riescono a racimolare.

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Citazioni

“Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, s’era alzato già alle cinque; ma mentre scendeva giù per via Donna Olimpia coi calzoni lunghi grigi e la camicetta bianca, piuttosto che un comunicando o un soldato di Gesù pareva un pischello quando se ne va acchittato pei lungoteveri a rimorchiare.”

Gli americani a Vicenza, Goffredo Parise

Descrizione

A trent’anni dalla scomparsa dello scrittore veneto Adelphi ripropone «Gli americani a Vicenza». Uno spirito libero che amava la sua terra e viaggiava in tutto il mondo. L’ambiente è il Veneto. La provincia veneta cattolica e bigotta del secondo dopoguerra (quando «arrivarono gli americani»), con i suoi patronati per i ragazzi, governati da preti severi e loschi, immersi nelle cupe penombre della sopraffazione e del peccato; con i collegi per le orfane rivestite con le maglie di lana dei morti e le salme imbalsamate delle monache circondate dalle candele, dall’odore della morte perenne e dal mormorio estenuante delle preghiere; le osterie impregnate dal sentore forte del tabacco e del vino; i conventi con le monachine che per ore lavano i panni guardando in basso e un giorno si scoprono a prolungare lo sguardo oltre, verso il cielo e il profilo nero dei monti; i vagheggini che all’angolo di una strada, appoggiati a una colonna palladiana, aspettano per mesi, e anni, che una mano femminile sollevi una tendina; le pensioni modeste sulle Prealpi, sulla strada, alle quali si arriva in corriera per una breve vacanza; la campagna «barbara» e selvaggia, con i suoi torrenti e i suoi canali, l’erba e il fieno, le casupole arroccate sui burroni, le ville misteriose abitate da personaggi «strani», la nebbia, il suono lento e sperduto delle campane. Il mondo è quello che una parola stantia potrebbe definire «surreale», in cui hanno cittadinanza gli imbroglioni e i galantuomini, gli stupidi e i furbi, i poveri e i ricchi, i saltimbanchi e gli irreprensibili, le signore e le «monelle», la verità e le frottole, le apparizioni e le allucinazioni. E nel quale, a conferire la cittadinanza a chiunque lo attraversi con la sua vita, è una profonda pietà.

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Citazioni

“Entrarono alcuni americani tra cui il pastore, reverendo Smiths, Roy de Ciccio e il colonnello Hammerquist. Senza far caso ai visitatori che erano per lo più amici del povero Gatto o donnette del vicino rione di Porta nuova, curiose di tutti i funerali, essi si apprestarono a sorridenti a mr. Buziuk complimentandosi con lui e cominciando subito a discorrere dei vari tipi di funerale. Gli amici di Gatto erano molto in soggezione degli americani ora che venivano a trovarsi insieme per la visita a un morto. E anzi non riuscivano a capire, esprimendo questi dubbi in gran brusio di chiacchiere, come quegli americani così ben vestiti e così ricchi avessero a che fare con Gatto”.

Tentazione, Janos Szekely

Descrizione ♦ 

Concepito accidentalmente, non desiderato dalla madre sedicenne che ricorre ai mezzi più atroci nel tentativo di abortire, abbandonato subito dopo la nascita nelle grinfie di zia Rosika, una vecchia ex prostituta riciclatasi in mammana che tiene con sè i figli delle ragazze madri povere ricattandole e facendosi dare tutti i loro miseri guadagni, il bambino trascorre l’infanzia nelle condizioni di più nera miseria e soffrendo i tormenti del freddo e della fame più spaventosa. A quattordici anni, il 31 dicembre del 1931, la madre — che non vede da più di otto anni — viene a riprenderlo e lo porta con sè a Budapest. Ma a Budapest Béla non trova certo condizioni di vita migliori: comincia adesso una vera e propria saga di questo ragazzino e di sua madre per sopravvivere nell’Ungheria degli anni 20 e 30.    Romanzo tumultuoso e affascinante, popolato da numerosissimi personaggi, denso e fluviale, Tentazione è un grandioso, commovente affresco in cui viene rappresentato il destino di una nazione straziata nel quale si riconosce la giovinezza dello stesso János Székely il quale, come Béla da bambino e da adolescente, aveva vissuto d’amore e di politica, di folli speranze e del sogno di un’America in cui era poi finalmente riuscito ad arrivare.

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Citazioni ♦

“«Che c’è?» chiesi.
Peter aspettò ancora qualche momento, per aumentare l’effetto delle sue parole, poi eruppe: «La vecchia ha uno dei suoi attacchi di preghiere!» a queste parole scattai in piedi quasi fossi sano come un pesce, quando la vecchia aveva uno dei suoi “attacchi di preghiera”, si poteva ottenere tutto da lei. I ragazzi lo sapevano bene, e ne sfruttavano a pieno i suoi eccessi di bontà”.