La madre di Dio, Leopold von Sacher-Masoch.

Descrizione ♦

In Sade sono le società razionaliste e atee, massoniche e anarchiche a essere l’elemento decisivo. In Masoch, lo sono le sette mistiche agricole, quali esistevano nell’impero austriaco. Uno dei suoi romanzi più belli, La madre di Dio, verte su tale argomento. In un’atmosfera rarefatta e soffocante, l’eroina Mardona, la madre di Dio, dirige la propria setta, la propria comune, in un modo al tempo stesso tenero, severo e glaciale. È severa, implacabile, fa frustare e lapidare; e tuttavia è dolce. Tutta la setta è del resto dolce e gaia, e però severa verso il peccato, ostile al disordine. Mardona ha una serva, Nimfodora, fanciulla graziosa e cupa, che dona il proprio sangue alla madre di Dio, affinché possa bagnarsi in esso, berne e non invecchiare mai. E ha un servo, Sabadil, che ama Mardona, ma in modo diverso ama anche Nimfodora. Mardona non lo tollera, e pronuncia la condanna: ‘È l’amore per la madre di Dio che porta alla redenzione, che costituisce per l’uomo una nuova nascita… Non sono riuscita a trasformare il tuo amore carnale in sentimento divino… Per te non sono che un giudice’. Richiede e ottiene il consenso di Sabadil al supplizio della crocefissione: Nimfodora inchioda le mani, lei stessa i piedi. Entra in un’estasi dolorosa, mentre, caduta la notte, Sabadil morente recita la Passione, e invoca ‘Perché mi hai abbandonato?’; e a Nimfodora: ‘Perché mi hai tradito?’.

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Citazioni ♦

“«E chi prova, Mardona, che sia proprio tu quella che Dio ha chiamato a rappresentarlo sulla terra?»
«Lo prova solo il fatto che tutti lo credono» rispose Mardona con grande calma.”

“Ciò che profana il tempio non è la presenza dell’uomo ma le sue cattive azioni.”

 

Sunset Park, Paul Auster

Descrizione ♦ 

“Sunset Park” è un libro molto intenso, scritto con uno stile freddo e asciutto, e che analizza i diversi rapporti umani che possono crearsi nella vita: le coppie in crisi che rimandano il più possibile la resa dei conti, il bisogno di sicurezza e stabilità e come questo sia troppe volte difficile da trovare, soprattutto se il passato è troppo pesante da sopportare, la necessità di scoprire sé stessi perché il senso di smarrimento che si prova a un certo punto non ti fa più vivere, il dover prendersi le proprie responsabilità anche quando si vorrebbe solo fuggire, la forza dell’amore nonostante l’età e l’inesorabilità del nostro destino. E lo fa grazie a tanti fantastici personaggi, ognuno ben caratterizzato e ognuno con una sua particolarità, un tratto peculiare della personalità in cui chiunque potrebbe specchiarsi. Il filo conduttore del baseball, un legame indissolubile tra padre e figlio che nemmeno sette anni di lontananza potrà spezzare. Così come ho apprezzato molto l’apparizione quasi casuale nella vita di tutti, in momenti e situazioni diverse, del film “I migliori anni della nostra vita”, un altro piccolo legame tra questi personaggi tanto diversi tra loro. Miles Heller ha ventotto anni e vive in Florida. Ha poco, eppure ha tutto: l’amore di un’adorabile ragazza di origini cubane, la passione trasmessagli dal padre per il baseball con le sue storie fatte di destino e casualità, e i libri, “una malattia da cui non vuole essere curato”. Il lavoro non è un granché, d’accordo, ma lui sembra farlo come se in quell’attività intuisse un misterioso legame con la sua esistenza: affinché le banche possano rimetterle in vendita, deve entrare nelle abitazioni abbandonate e fotografare gli oggetti che gli inquilini vi hanno lasciato. Ma Miles ha una vita precedente da cui negli ultimi sette anni è fuggito. E continuerebbe a farlo se il destino (o il caso) non si mettesse in mezzo: Pilar, la sua ragazza, è orfana e vive con le sorelle maggiori. Ed è minorenne. Così quando decide di trasferirsi da Miles, lui deve avere il loro consenso che ottiene corrompendo la più grande. Ma dopo qualche mese, Angela Sanchez inizia a ricattarlo. A Miles non resta che cambiare aria per un po’: in fondo Pilar sarà presto maggiorenne e nulla potrà separarli. Si rivolge all’unico amico con cui è rimasto in contatto, Bing, che insieme ad altri tre ragazzi vive a Brooklyn, in una casa occupata in una zona chiamata Sunset Park. Tornare a New York, la sua città natale, significa fare i conti con i motivi che l’hanno spinto ad andarsene di casa, significa chiarire definitivamente i motivi che hanno determinato la morte del fratello Bobby. 

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Citazioni ♦

“Vivevano sotto lo stesso tetto, ma avevano poco in comune a parte che i loro genitori fossero marito e moglie. Per carattere e attitudine, per predisposizione e comportamento, secondo ogni parametro in uso per stimare chi e cosa sia una persona, erano diversi, profondamente e inalterabilmente diversi. Con gli anni ognuno scivolò via nella propria sfera separata e, all’epoca in cui stavano procedendo a sussulti lungo la prima adolescenza, di rado si intersecavano ancora se non al tavolo della cena o nelle gite di famiglia. Bobby era brillante, sveglio e spiritoso, ma era un pessimo studente che detestava la scuola, ed essendo per giunta uno scavezzacollo avventato e spavaldo fu etichettato come un “problema”. Per contro, il suo più giovane fratellastro otteneva stabilmente i voti più alti della classe. Heller era taciturno e riservato, Nordstrom era estroverso e indisciplinato, e ciascuno pensava che l’altro affrontava la vita in maniera sbagliata”.

 

 

Altri libertini, Pier Vittorio Tondelli

Descrizione ♦

“Altri libertini” ha avuto fin dagli inizi una vita avventurosa: pubblicato nel 1980, sequestrato per oscenità e poi assolto dal tribunale (“con formula ampia”), è stato contemporaneamente giudicato dalla critica una delle opere migliori degli ultimi anni e ha imposto Tondelli tra i nuovi autori italiani più letti anche all’estero. I sei episodi, storie di gruppi più che di individui, legittimano l’adozione di una vera e propria soggettività plurale, di un Noi narrativo che fa del romanzo un ritratto generazionale.

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Citazioni ♦

“[…] al Posto Ristoro ci si dimentica piano piano di tutto perché la vita è davvero vita cioè una porcheria dietro l’altra e allora è come sbattere giù merda ogni giorno che poi ti dimentichi che fa schifo, e ne diventi magari goloso.”

“[…] prende la caraffa del Frascati e la rovescia addosso alle modenesi e dice che sono delle stronze e anche noi tre lo siamo perché non si vuole capire una sega di niente e che quelle come noi non vogliono far guerra al cazzo, ma soltanto addomesticarlo mentre il cazzo va domanto con la frusta e col fuoco e tutto questo si fa con le finocchie che son la vera rivoluzione, quindi anche con lei e la Benny.”

“Agosto è bello starsene a casa con la città vuota nessun rompiballe in giro, magari arrivi che senti la solitudine farsi pesante ma è un gioco diverso ed esser soli fa molto più male in mezzo alla gente, allora sì che è doloroso e pungono le ossa e il respiro è davvero brutto, come vivere un trip scannato e troppo lungo.”

“Avercele delle braccia grandi tutta la città per poterti coprire e stringere ovunque tu sia amore mio, avercela una lingua di mille leghe per leccarti e un uccello in volo sopra ai mari e ai monti e ai fiumi per raggiungerti affezionato mio caro, e per venirti dentro e strusciarti e spezzare così questa atroce lontananza e invece rimango solo, la notte tutt’intorno tace e la mia stanza invece urla e grida per te che non ci sei, io, io non ce la faccio proprio più.”

“[…] e lo so che non abbiamo un modello per il nostro amore, ma questo va anche bene perché ci obbliga a trovarcelo insieme tutti e due e crescere insieme e accettare quel che capita con tutte le conseguenze.”

“[…] ma io continuo a tenerlo sottobraccio perché sento che abbiamo bisogno uno dell’altro quel giorno così attaccati siamo un po’ più forti, ogununo nelle sue miserie.”

“Non si può impedire a qualcuno di farsi o disfarsi la propria vit, si tenta, si soffre, si lotta ma le persone non sono di nessuno, nel bene e nel male.”

“Insomma è Karla questo mio risveglio, Karla che nient’altro è che una ballata di Leonard Cohen, una canzone ubriaca e roca.”

“Ma il cineocchio mio amerà, oooohhh se amerà la fauna di questi scassati e tribolanti anni miei, certo che l’amerà. L’occhiocaldo mio si innamorerà di tutti, dei freak dei beatnik e degli hippy, delle lesbiche e dei sadomaso, degli autonomi, dei cani sciolti, dei froci, delle superchecche, e dei filosofi, dei pubblicitari ed eroinomani e poi marchette trojette ruffiani e spacciatori, precari assistenti e supplenti, suicidi anco ed eterosessuali, cantautori et beoni, imbriachi sballati scannati bucati e forati. E femministe, autocoscienti, nuova psichiatria, antipsichiatria, mito e astrologia, istintivi della morte e della conoscenza, psicoanalisi e semiotica, lacaniani junghiani e profondi.”

Un gioco da bambini, James G. Ballard

Descrizione ♦

Nel 1988, nell’esclusiva e nuovissima residenza del villaggio di Pangbourne, pochi chilometri fuori Londra, si verifica un massacro: trentadue adulti vengono trovati morti. Sono stati brutalmente uccisi nonostante i dispositivi di sicurezza e i loro tredici figli adolescenti sono scomparsi. Il delitto pare perfetto come il luogo in cui si è consumato, ed è durato solo pochi minuti. Nessuno sa come sia stato possibile e ne riesce a immaginare il motivo. Ma forse la risposta si trova nel fatto che in una società totalmente sana, in un contesto di ricchezza e abbondanza, dove tutto è predefinito e organizzato per ottenere il massimo della felicità, l’unica via di scampo è la follia. E forse sotto apparente perfezione si cela una realtà ben diversa. Per risolvere lo sconcertante caso, la polizia chiede l’aiuto di un consulente psichiatrico, il dottor Richard Greville. E saranno le sue indagini a svelare uno scenario inquietante cui nessun vuoi credere dal momento che si ipotizza la colpevolezza dei ragazzi.

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Citazioni ♦

“«Sa una cosa sergente? Le case degli altri ci sembrano sempre un po’ strane, ma queste, perbacco, lo sono davvero!»”

“«E non lo troveremo mai. Questi ragazzi non si stavano ribellando contro la crudeltà o la ferocia. Tutto il contrario, sergente. Quello che non riuscivano più a tollerare era il dispotismo della bontà. Hanno ucciso per liberarsi dalla tirannia dell’amore parentale»”

“Al Pangbourne Village, pensai, il tempo poteva scorrere sia in avanti che all’indietro. I suoi abitanti avevano cancellato sia il passato che il futuro e malgrado tutte le loro attività vivevano in un ben organizzato e monotono mondo senza tempo. In un certo senso, i ragazzi  avevano ricaricato gli orologi della vita reale.”

“«[…] non ne potevano più della dieta d’amore e comprensione che aveniva loro implacabilmente imposta al Pangbourne Village in base a un’dea delle esigenze dei giovano inventata dagli adulti. Quei ragazzi avevano una disperata fame di emozioni genuine, avevano bisogno di genitori che ogni tanto li disapprovassero, che si irritassero e si spazientissero, o persino che non riuscissero a capirli. […]»”

“Appare tuttavia evidente che le due autrici sono attratte, più che dall’atto sessuale in sè –  quei passaggi pornografici sono piuttosto sciatti e convenzionali – dalle profonde emozioni che lo accompagnarono. Si ha la chiara sensazione che per le due sorelle il sesso fosse semplicemente l’unico mezzo di cui i supercontrollati abitanti di Pangbourne disponevano per accedere al più brutale e reale mondo dei sensi.”

“Mentre visionavo il film ebbi, e non per la prima volta, la sensazione che quei ragazzi si stessero deliberatamente rifugiando nella follia quale unico mezzo per conquistare la libertà.”

Medea, Euripide

Descrizione ♦

Figura demoniaca di maga barbara e crudele, Medea è uno dei personaggi più noti, estremi e coinvolgenti del teatro antico. Lucida e determinata nel compiere una vendetta atroce, l’assassinio dei figli, che la colpirà con violenza devastante, Medea appare perfettamente consapevole delle conseguenze del suo gesto estremo. Ma alla tensione emotiva (“capisco quali dolori dovrò sostenere, ma più forte dei miei propositi è la passione”) si unisce un’assoluta autonomia intellettuale, fino ad allora sconosciuta in una donna nel mondo greco.

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Citazioni ♦

“PEDAGOGO: « Chi non lo è? Solo adesso t’accorgi che ognuno, più che agli altri vuole bene a se stesso, se è vero, com’è vero, che per costoro lui, ch’è il padre, preso dal nuovo letto, non sente più affetto?»”

“MEDEA: « Ecco, donne corinzie, sono uscita, per evitare critiche: lo so, ci sono molti uomini sdegnosi, quali lontano dagli sguardi e quali in pubblico: il riserbo schivo e torpido frutta voci malediche, d’ignavia. […] Io me ne vado, amiche mie: perduta la gioia della vita, non desidero che morire. Colui, da cui per me ogni retto giudizio dipendeva, s’è rivelato il peggiore degli uomini: lo sposo mio. Ma il fatto è questo: noi donne, fra tutti gli esseri animati e dotati di senno, siamo certo le creature più misere. Da prima con un’enorme quantità di soldi è necessario acquistarsi un marito, prendersi uno che si fa padrone del nostro corpo. Ma c’è assai di peggio (e proprio qui sta il punto più spinoso): prendersi un uomo tristo o un galantuomo. […] Dicono che noi viviamo un’esistenza senza rischi, dentro casa, e che loro invece vanno a combattere. Errore! Accetterei di stare in campo, là, sotto le armi, per tre volte, piuttosto che figliare solo una volta. Si, lo so, il discorso per te non è lo stesso che per me. Tu possiedi una patria, questa, e hai una casa paterna, un’esistenza agiata, tanti amici. Io sono sola al mondo, senza patria, e mio marito m’oltraggia: mi rapi come una preda da un paese straniero, e qui non ho né madre, né un fratello, né un parente che sia nella sventura come un’ancora.»”

“MEDEA: « Oh, oh! Non è la prima volta che una fama, Creonte, abbia nociuto, provocando gravissime sventure: accade spesso. Non deve mai, chi ha la testa a posto, dare ai suoi figli un’istruzione tale, da farli diventare troppo bravi. Oltre alla traccia che hanno, d’ignavia, s’attirano un’invidia assai malevola dai cittadini. Prova a presentare verità nuove a ignoranti: sarai stimato non sapiente, ma disutile: chi poi sarà stimato più valente di chi crede d’avere una cultura varia, in città darà molto fastidio. É il caso mio. Sono sapiente, ma invidiata dagli uni, e come un pruno negli occhi ad altri. E poi, troppo sapiente non sono.»”

“MEDEA: « Patria mia, com’è vivo il tuo ricordo!»
CREONTE: « É la cosa più cara, a parte i figli.»
MEDEA: « Ah, che guaio per gli uomini l’amore!»
CREONTE: « Dipende dalla piega degli eventi.»”

“MEDEA: « Disgraziato! Non so quale pili grave ingiuria ti può fare la mia lingua per codesta viltà. Tu sei venuto, eh? sei venuto, tu che ti sei fatto odiare pili di tutti. Non è certo un atto di fierezza e di coraggio guardare in faccia i cari dopo averli maltrattati: è soltanto la peggiore malattia ch’è fra gli uomini, si chiama spudoratezza.»”

“MEDEA: « Sono certo diversa in molte cose da molta gente. Per me, se un ingiusto è abile a parlare, ciò che merita è una pena grossissima: presume d’adornare i suoi torti con la lingua, e ardisce tutte le ribalderie: ma troppo saggio non direi che sia. Cosi tu non assumere l’aspetto d’un brav’uomo con me, non fare sfoggi oratori: che basta una parola a stenderti: dovevi, se non eri quel malvagio che sei, prima convincermi, poi sposarti, e non farlo di nascosto.»”

“MEDEA: « Io non voglio una vita fortunata che dia dolore, non voglio un benessere chi mi tormenti l’anima di crucci.»”

“GIASONE: « Tu l’hai voluto: niente accuse agli altri!»
MEDEA: « Sono io che mi sposo? io che tradisco? »
GIASONE: « Contro i sovrani imprechi: è un’empietà.»
MEDEA: « Contro di te tutto l’essere impreca.»”

 

Edipo Re, Sofocle.

Descrizione ♦

Edipo è re di Tebe, sposo di Giocasta e padre di quattro figli, Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Per debellare la peste che sta devastando la città, l’oracolo ha detto che si deve scoprire l’assassino del re Laio. L’indovino Tiresia e la stessa Giocasta permettono di chiarire tutta la vicenda: Laio e Giocasta avevano dato il loro figlio ad un pastore perché venisse ucciso, per evitare che si compisse l’oracolo che prevedeva che il re venisse ucciso dal proprio figlio. Edipo scopre così che l’uomo da lui ucciso in una lite sulla strada, era Laio, suo padre. Giocasta scopre di essere la madre, oltre che la sposa di Edipo e si impicca. Edipo, accecatosi per non vedere più il sole testimone del suo delitto, si allontana e affida la città e i figli a Creonte.

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Citazioni ♦

“CREONTE « La Sfinge, iridescenti ritmi. Ci inchiodò gli occhi all’oggi, e noi dimenticammo l’ignoto che sfumava.»”

“EDIPO « […] Dicci qualunque voce ti provenga o altre magie, perché giovare al proprio prossimo con qualunque mezzo è il compito più bello per un uomo.»”

“TIRESIA « Se tu sei re non mi puoi negare il diritto di replica perché io non sono tuo schiavo ma d’Apollo. Non sarà Creonte il mio protettore. Mi rinfacci d’esser cieco ma non vedi né dove ti sei cacciato, né dove vivi, né chi sono quelli con cui convivi. Tu sei il nemico e una doppia maledizione, un giorno, da questo paese ti caccerà. Se adesso hai buona vista, allora non vedrai che tenebra e le grida tue non avranno confini quando saprai che le tue nozze sono un porto senza ormeggio verso cui navigasti col vento in poppa. Infanga pure Creonte o la mia voce, ma mai ci sarà un uomo più sventurato di te.»”

“CREONTE : « D’altro canto corri a Delfi e informati se ho riferito i responsi esattamente e se scopri che ho macchinato contro di te con l’indovino uccidimi due volte, ma con le prove. Non puoi parlare a vanvera. Sconfessare un amico onesto è come respingere la propria vita. Ma non temo. Il malvagio si distingue in un giorno, solo il tempo dirà se l’uomo è giusto.»”

“CORIFEO – « Le sue parole sono giuste, sire. Chi corre troppo coi giudizi, rischia. »”

“CORO – « Bisogna serbare pure e devote le leggi che ci vengono emanate dall’alto dell’Olimpo perché esse sono eterne come il dio che le ha emanate. La violenza genera tirannide e poi sale nutrendosi di ingiustizia e sconvenienza ma poi precipita giù nel baratro del fato e nessuno ha più scampo. Chi è così superbo che non teme la giustizia degli dei e non li venera, sarà sventurato se non agirà con giustizia, se non vieta l’empietà, se, folle tenta di afferrare l’impossibile. Se tutto questo sarà permesso, dal male chi si asterrà? Ogni pratica sacra sarà inutile se tutti gli uomini, concordi, faranno il male.»”

“GIOCASTA « Cosa vuoi temere quando sai che è tutto dovuto al caso e che non c’è preveggenza di niente? Meglio vivere giorno per giorno, come si può.»”

Essere Nanni Moretti, Giuseppe Culicchia.

Descrizione ♦

Con “Essere Nanni Moretti” Giuseppe Culicchia si diverte a proporre una satira dei vizi e delle distorsioni dell’industria culturale italiana di questi anni… Su ilLibraio.it un capitolo, dedicato al “Grande Romanzo Italiano” e agli autori “di nicchia”. Prima di rivelare come si comporta il protagonista di questa storia, è necessario fare un passo indietro. Bruno Bruni è uno scrittore di nicchia. Ha esordito come poeta, poi – su consiglio del suo agente – si è dedicato alla narrativa, senza mai sfondare. Ma non si dà per vinto, e, mentre per vivere traduce opere di fantascienza cyber-punk, cerca di scrivere il Grande Romanzo Italiano, quello che farà scattare l’agognato passaparola e correrà allo Strega, quello che tutti – editori, critici e lettori – stanno aspettando. Ma più ci prova più si allontana dalla meta e si deprime davanti al foglio bianco. La sola consolazione nella vita di Bruno è Selvaggia: una ragazza d’oro, che fa la pole dancer in un locale notturno, che è libera e schietta quanto il suo nome. E che continua ad amarlo e a credere in lui ostinatamente.  Fino a quando viene licenzia_ e la situazione si fa ancora più preoccupante. È qui che Bruno si lascia andare e si fa crescere la barba. Gli basta una giornata per rendersi conto che al supermercato, per strada, al ristorante, in palestra, tutti lo scambiano per Nanni Moretti. Sarà Selvaggia a convincerlo a sfruttare le doti da imitatore che ha fin da bambino, a studiare la biografia e l’eloquio del regista e a trasformarsi in un suo clone. Spacciandosi per Moretti e la sua assistente, i due cominciano a girare l’Italia approfittando dell’ospitalità generosamente offerta da sindaci e organizzatori di festival, che non vedono l’ora di far assaggiare loro i piatti tipici del territorio, intrattenerli con gli avvincenti racconti della storia locale e proporsi per una particina nel nuovo film del maestro. Bruno inizia a sentirsi sempre più a suo agio nei panni di Nanni Moretti, ed è sull’orlo di una crisi identitaria che rischia di compromettere i suoi grandi progetti narrativi, quando alla coppia si presenta un’occasione irrinunciabile: un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Con Essere Nanni Moretti (Mondadori) Giuseppe Culicchia si diverte a proporre una satira dei vizi e delle distorsioni dell’industria culturale italiana di questi anni, una riflessione lieve sull’identità, le aspirazioni, l’ammirazione, l’invidia e l’accettazione di sé.

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Citazioni ♦

“«Un classico, Bruno. Tu devi scrivere un classico.»
«Un classico, Mordecai? Un classico? Ma se sono cinque anni che sto cercando di scrivere il Grande Romanzo Italiano, che senso ha mollare tutto per mettermi a scrivere un classico? Con frasi tipo Quel ramo del lago di Como eccetera eccetera.»
«No, non ci siamo capiti. Dico un classico non nel senso di classico classico, come Manzoni. Dico classico nel senso dello spunto, della trama.»
«Cioè una storia con il protagonista che dà la caccia a una balena?
O che per noia uccide uno sconosciuto su una spiaggia?»
«No. Dico uno di quei romanzi in cui l’autore, che nella realtà vera è alle prese con un romanzo che non riesce a scrivere, scrive un romanzo il cui protagonista è un autore che nella realtà romanzesca è alle prese con un romanzo che non riesce a scrivere. Mi segui?
Se non riesci a scrivere ’sto Grande Romanzo Italiano, scrivi il romanzo di uno che non riesce a scrivere un romanzo qualsiasi.”

Le nostre anime di notte, Kent Haruf

Descrizione ♦  

È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me?
Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.

Dopo la Trilogia della Pianura, Le nostre anime di notte è il sigillo perfetto all’opera di Kent Haruf, uno dei più grandi interpreti della letteratura americana contemporanea.

Addie e Louis hanno altre cose a cui pensare, e ben più importanti: nella loro vita piomba il nipote di Addie, il piccolo Jamie, improvvisamente affidato alla nonna perché i genitori stanno attraversando una grave crisi coniugale. È necessario fare di tutto, scovare qualcosa per aiutare il piccolo a dormire di notte e per calmarlo dopo gli incubi. E, certo, la soluzione non sta nella tecnologia, ma nell’affetto reale della nonna e di questo singolare nonno acquisito.
Mentre le maldicenze crescono e sfociano in inquietanti ricatti, la storia tra Addie e Louis diventa sempre più radicata e ben presto Louis pronuncerà queste parole, che non hanno niente di fatidico, ma molto dell’inatteso: «A me sta piacendo più di quanto io pensi di meritare» (p. 88). E mentre ci si commuove un po’ a pensare a questo amore che per tutti è “fuori tempo massimo”, ci si scalda davanti alla malignità di chi non riflette sulle conseguenze di certi pettegolezzi.
Impossibile, per il lettore, restare fuori dalla storia: sarà che nella sua sconvolgente semplicità, Le nostre anime di notte ci fa assistere in diretta a ciò che avviene: tutto è presente, persino i ricordi, che vengono riletti alla luce dell’oggi; sarà che Louis e Addie sono dei protagonisti a tutto tondo e anche i loro scheletri nell’armadio sono così trascurabili da renderli veramente due personaggi limpidi. Limpidezza che si riscontra nella loro storia d’amore, nonché nella scrittura di Haruf: Le nostre anime di notte non è un romanzo dalle frasi ad effetto, che punti a stupire il lettore per la lingua; ma – ci si sorprende durante la lettura – ogni battuta è perfetta lì dove sta, né potrebbe essere spostata altrove. Ecco allora che l’impressione, alla fine del libro, è di salutare amici conosciuti e di ammirarli, ancor più della prima stretta di mano.

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Citazioni ♦ 

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio. Vivevano a un isolato di distanza in Cedar Street, nella parte più vecchia della città, olmi e bagolari e un solo acero cresciuti sul ciglio della strada e prati verdi che si stendevano dal marciapiede fino alle case a due piani.”

“Viviamo per conto nostro da troppo tempo. Io sono sola. Credo lo sia anche tu. Stavo pensando se tu volessi venire e dormire con me la notte e parlare”

Gilead, Marilynne Robinson

Descrizione ♦ 

La Robinson esordisce negli anni ’80 con Housekeeping, romanzo che gli vale sin da subito una discreta fama. Il senso comune (o la logica del marketing) vorrebbe che intraprendesse una proficua carriera a base di romanzetti a scadenza triennale. Ma la Robinson sa dosare la parola, conosce l’intimo valore del silenzio. Per quasi dieci anni non pubblica niente, ritorna sulle scene all’inizio degli anni ’90 con un paio di raccolte di saggi che trattano temi interni alla dottrina calvinista (la fede presbiteriana – lo vedremo – rappresenta il suo filtro prediletto), insomma il contrario di quello che ci si sarebbe aspettato. Sarà che per lei la pubblicazione non rappresenta un’ansia da esorcizzare, la scrittura non è un compito da espletare per veder riconosciuto il proprio status. Probabilmente è questo che cerca di insegnare come docente dell’Iowa Writers’ Workshop, uno dei più ambiti corsi di scrittura creativa americani, chioccia di poeti e narratori (T.C. Boyle e Michael Cunningham, per fare due nomi). Nelle aule della University of Iowa si consuma (memore del passaggio di John Cheever) una lunga tradizione minimalista, dal minimalismo parte anche la scrittura della Robinson, approdando a esiti più inclusivi, un periodare aereo ma carico di pathos. Ai sopracitati saggi segue un ennesimo periodo di silenzio rotto nel 2004 da Gilead, a cui si aggiungono Casa e Lila, il trittico romanzesco segna la definitiva consacrazione. Gilead narra la vicenda del reverendo John Ames e dei suoi avi, o meglio è lui stesso a raccontarcela in forma diaristica. Il reverendo sente l’approssimarsi della fine, le vecchie ossa cedono e la fede non basta più per testimoniare il passaggio nel mondo. Si propone di tramandare ciò che (non) ha appreso al figlio di sette anni, di problematizzare la religione che ha scelto di seguire, come gli altri due John Ames della sua vita: il nonno dalla fede incrollabile e combattiva, alfiere di una giustizia aggressiva, portavoce di un Dio punitore, che deve fare il male per raggiungere il bene, al punto da spingerlo nell’esercito unionista ai tempi della Guerra di Secessione; il padre, pacifista convinto, dall’indole contemplativa, forse troppo quieto per resistere all’intransigenza dell’ex soldato che lo ha generato. E lui? Il John Ames che scrive di che pasta è fatto? Se lo chiede spesso, si rispecchia negli occhi del figlio a cui sono dedicate pagine di struggente bellezza. E’ un padre irrisolto, dubbioso sul ruolo di genitore, dubbioso di essere un buon marito per la giovanissima Lila. La fede lo salva, gli fornisce una forza incrollabile, eppure non pacifica tutte le inquietudini, non dà risposte definitive. John Ames ha bisogno dello scontro, del polo negativo in cui ritrovare sé stesso. Da piccolo lo cercava nel fratello ateo, adesso lo rivede in Jack Boughton, il sinistro e scapestrato figlio del suo amico fraterno, il dubbioso per eccellenza, alla cui figura si aggiunge l’ombra di un passato ignoto. La grandezza della Robinson sta nel suggerire le emozioni del reverendo Ames attraverso il non-detto, un sequela di pensieri laterali che portano allo scoperto le costruzioni emotive del protagonista.

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 Citazioni ♦ 

“La luna è splendida in questa calda luce serale, proprio come la fiamma di una candela è bellissima nella luce mattutina. Luce nella luce. Sembra una metafora di qualche sorta. Tante cose lo sembrano. Ralph Waldo Emerson è insuperabile in questo.

Mi sembra una metafora dell’anima umana, la luce individuale racchiusa nella grande luce universale dell’esistenza. O sembra la poesia racchiusa nella lingua. La saggezza racchiusa nell’esperienza, forse. O il matrimonio racchiuso nell’amicizia e nell’amore. Cercherò di ricordarmi di usare questo concetto”.

Milano calibro 9, Giorgio Scerbanenco.

Descrizione ♦ 

La scrittura di Scerbanenco è una scrittura ruvida, ostica, che non lascia spazio agli ornamenti letterari e annulla bruscamente la distanza tra lettore e storia, facendo precipitare immediatamente il primo dentro la seconda. In tutti i racconti traspare una nera vena di cinismo, che insieme al linguaggio spesso poco raffinato da un tocco più umano allo stile dell’autore, tocco che contribuisce a rendere i suoi racconti fruibili in maniera immediata. Storie che raccontano una Milano nera, marcia, avvolta dalla cupa ala della malavita; storie che hanno per protagonisti emarginati, criminali, balordi e persone coinvolte in fatti delittuosi che Scerbanenco svela lentamente con freddo distacco. Storie che hanno il loro teatro non solo nelle periferie malfamate e nelle zone losche, dove si annida prevalentemente la criminalità di strada, ma che si svolgono anche nelle zone benestanti, tra quei personaggi apparentemente “a posto”, dipingendo quella faccia della “Milano da bere” che si cela dietro la maschera del benessere e del lusso. Ventidue racconti rapidi, schietti, che mirano dritti a mostrare agli occhi del lettore tutto il sudiciume, la miseria e la ferocia dei fatti criminali che in essi vengono raccontati. Un libro da leggere per intero, e mandare giù come una sorsata del peggior liquore bevuto nel peggior bar del peggior sobborgo metropolitano. Un ottimo esempio di letteratura noir, che tratteggia un ritratto di un mondo criminale che, per quanto possa risultare ai giorni nostri piuttosto datato, per molti suoi aspetti rimane ancora attualissimo. Da vedere anche la trasposizione cinematografica di Fernando Di Leo, mirabile esempio di film poliziesco anni ’70, ispirato a uno dei racconti presenti nel libro.

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Citazioni ♦

“La voce di Frank la fermò. – Senti, tesoro, aspetta un momento che ti offriamo un passaggio. – Non che fosse un grande italiano, era un newyorkese, con delle parole italiane anziché inglesi, ma era italiano e comprensibile. Allora Kekka, Francesca Gattoni, capì che era morta.”.