Edipo Re, Sofocle.

Descrizione ♦

Edipo è re di Tebe, sposo di Giocasta e padre di quattro figli, Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene. Per debellare la peste che sta devastando la città, l’oracolo ha detto che si deve scoprire l’assassino del re Laio. L’indovino Tiresia e la stessa Giocasta permettono di chiarire tutta la vicenda: Laio e Giocasta avevano dato il loro figlio ad un pastore perché venisse ucciso, per evitare che si compisse l’oracolo che prevedeva che il re venisse ucciso dal proprio figlio. Edipo scopre così che l’uomo da lui ucciso in una lite sulla strada, era Laio, suo padre. Giocasta scopre di essere la madre, oltre che la sposa di Edipo e si impicca. Edipo, accecatosi per non vedere più il sole testimone del suo delitto, si allontana e affida la città e i figli a Creonte.

IMG_3018

Citazioni ♦

“CREONTE « La Sfinge, iridescenti ritmi. Ci inchiodò gli occhi all’oggi, e noi dimenticammo l’ignoto che sfumava.»”

“EDIPO « […] Dicci qualunque voce ti provenga o altre magie, perché giovare al proprio prossimo con qualunque mezzo è il compito più bello per un uomo.»”

“TIRESIA « Se tu sei re non mi puoi negare il diritto di replica perché io non sono tuo schiavo ma d’Apollo. Non sarà Creonte il mio protettore. Mi rinfacci d’esser cieco ma non vedi né dove ti sei cacciato, né dove vivi, né chi sono quelli con cui convivi. Tu sei il nemico e una doppia maledizione, un giorno, da questo paese ti caccerà. Se adesso hai buona vista, allora non vedrai che tenebra e le grida tue non avranno confini quando saprai che le tue nozze sono un porto senza ormeggio verso cui navigasti col vento in poppa. Infanga pure Creonte o la mia voce, ma mai ci sarà un uomo più sventurato di te.»”

“CREONTE : « D’altro canto corri a Delfi e informati se ho riferito i responsi esattamente e se scopri che ho macchinato contro di te con l’indovino uccidimi due volte, ma con le prove. Non puoi parlare a vanvera. Sconfessare un amico onesto è come respingere la propria vita. Ma non temo. Il malvagio si distingue in un giorno, solo il tempo dirà se l’uomo è giusto.»”

“CORIFEO – « Le sue parole sono giuste, sire. Chi corre troppo coi giudizi, rischia. »”

“CORO – « Bisogna serbare pure e devote le leggi che ci vengono emanate dall’alto dell’Olimpo perché esse sono eterne come il dio che le ha emanate. La violenza genera tirannide e poi sale nutrendosi di ingiustizia e sconvenienza ma poi precipita giù nel baratro del fato e nessuno ha più scampo. Chi è così superbo che non teme la giustizia degli dei e non li venera, sarà sventurato se non agirà con giustizia, se non vieta l’empietà, se, folle tenta di afferrare l’impossibile. Se tutto questo sarà permesso, dal male chi si asterrà? Ogni pratica sacra sarà inutile se tutti gli uomini, concordi, faranno il male.»”

“GIOCASTA « Cosa vuoi temere quando sai che è tutto dovuto al caso e che non c’è preveggenza di niente? Meglio vivere giorno per giorno, come si può.»”

Essere Nanni Moretti, Giuseppe Culicchia.

Descrizione ♦

Con “Essere Nanni Moretti” Giuseppe Culicchia si diverte a proporre una satira dei vizi e delle distorsioni dell’industria culturale italiana di questi anni… Su ilLibraio.it un capitolo, dedicato al “Grande Romanzo Italiano” e agli autori “di nicchia”. Prima di rivelare come si comporta il protagonista di questa storia, è necessario fare un passo indietro. Bruno Bruni è uno scrittore di nicchia. Ha esordito come poeta, poi – su consiglio del suo agente – si è dedicato alla narrativa, senza mai sfondare. Ma non si dà per vinto, e, mentre per vivere traduce opere di fantascienza cyber-punk, cerca di scrivere il Grande Romanzo Italiano, quello che farà scattare l’agognato passaparola e correrà allo Strega, quello che tutti – editori, critici e lettori – stanno aspettando. Ma più ci prova più si allontana dalla meta e si deprime davanti al foglio bianco. La sola consolazione nella vita di Bruno è Selvaggia: una ragazza d’oro, che fa la pole dancer in un locale notturno, che è libera e schietta quanto il suo nome. E che continua ad amarlo e a credere in lui ostinatamente.  Fino a quando viene licenzia_ e la situazione si fa ancora più preoccupante. È qui che Bruno si lascia andare e si fa crescere la barba. Gli basta una giornata per rendersi conto che al supermercato, per strada, al ristorante, in palestra, tutti lo scambiano per Nanni Moretti. Sarà Selvaggia a convincerlo a sfruttare le doti da imitatore che ha fin da bambino, a studiare la biografia e l’eloquio del regista e a trasformarsi in un suo clone. Spacciandosi per Moretti e la sua assistente, i due cominciano a girare l’Italia approfittando dell’ospitalità generosamente offerta da sindaci e organizzatori di festival, che non vedono l’ora di far assaggiare loro i piatti tipici del territorio, intrattenerli con gli avvincenti racconti della storia locale e proporsi per una particina nel nuovo film del maestro. Bruno inizia a sentirsi sempre più a suo agio nei panni di Nanni Moretti, ed è sull’orlo di una crisi identitaria che rischia di compromettere i suoi grandi progetti narrativi, quando alla coppia si presenta un’occasione irrinunciabile: un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Con Essere Nanni Moretti (Mondadori) Giuseppe Culicchia si diverte a proporre una satira dei vizi e delle distorsioni dell’industria culturale italiana di questi anni, una riflessione lieve sull’identità, le aspirazioni, l’ammirazione, l’invidia e l’accettazione di sé.

divisore

Citazioni ♦

“«Un classico, Bruno. Tu devi scrivere un classico.»
«Un classico, Mordecai? Un classico? Ma se sono cinque anni che sto cercando di scrivere il Grande Romanzo Italiano, che senso ha mollare tutto per mettermi a scrivere un classico? Con frasi tipo Quel ramo del lago di Como eccetera eccetera.»
«No, non ci siamo capiti. Dico un classico non nel senso di classico classico, come Manzoni. Dico classico nel senso dello spunto, della trama.»
«Cioè una storia con il protagonista che dà la caccia a una balena?
O che per noia uccide uno sconosciuto su una spiaggia?»
«No. Dico uno di quei romanzi in cui l’autore, che nella realtà vera è alle prese con un romanzo che non riesce a scrivere, scrive un romanzo il cui protagonista è un autore che nella realtà romanzesca è alle prese con un romanzo che non riesce a scrivere. Mi segui?
Se non riesci a scrivere ’sto Grande Romanzo Italiano, scrivi il romanzo di uno che non riesce a scrivere un romanzo qualsiasi.”

Le nostre anime di notte, Kent Haruf

Descrizione ♦  

È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me?
Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.

Dopo la Trilogia della Pianura, Le nostre anime di notte è il sigillo perfetto all’opera di Kent Haruf, uno dei più grandi interpreti della letteratura americana contemporanea.

Addie e Louis hanno altre cose a cui pensare, e ben più importanti: nella loro vita piomba il nipote di Addie, il piccolo Jamie, improvvisamente affidato alla nonna perché i genitori stanno attraversando una grave crisi coniugale. È necessario fare di tutto, scovare qualcosa per aiutare il piccolo a dormire di notte e per calmarlo dopo gli incubi. E, certo, la soluzione non sta nella tecnologia, ma nell’affetto reale della nonna e di questo singolare nonno acquisito.
Mentre le maldicenze crescono e sfociano in inquietanti ricatti, la storia tra Addie e Louis diventa sempre più radicata e ben presto Louis pronuncerà queste parole, che non hanno niente di fatidico, ma molto dell’inatteso: «A me sta piacendo più di quanto io pensi di meritare» (p. 88). E mentre ci si commuove un po’ a pensare a questo amore che per tutti è “fuori tempo massimo”, ci si scalda davanti alla malignità di chi non riflette sulle conseguenze di certi pettegolezzi.
Impossibile, per il lettore, restare fuori dalla storia: sarà che nella sua sconvolgente semplicità, Le nostre anime di notte ci fa assistere in diretta a ciò che avviene: tutto è presente, persino i ricordi, che vengono riletti alla luce dell’oggi; sarà che Louis e Addie sono dei protagonisti a tutto tondo e anche i loro scheletri nell’armadio sono così trascurabili da renderli veramente due personaggi limpidi. Limpidezza che si riscontra nella loro storia d’amore, nonché nella scrittura di Haruf: Le nostre anime di notte non è un romanzo dalle frasi ad effetto, che punti a stupire il lettore per la lingua; ma – ci si sorprende durante la lettura – ogni battuta è perfetta lì dove sta, né potrebbe essere spostata altrove. Ecco allora che l’impressione, alla fine del libro, è di salutare amici conosciuti e di ammirarli, ancor più della prima stretta di mano.

divisore

Citazioni ♦ 

“E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio. Vivevano a un isolato di distanza in Cedar Street, nella parte più vecchia della città, olmi e bagolari e un solo acero cresciuti sul ciglio della strada e prati verdi che si stendevano dal marciapiede fino alle case a due piani.”

“Viviamo per conto nostro da troppo tempo. Io sono sola. Credo lo sia anche tu. Stavo pensando se tu volessi venire e dormire con me la notte e parlare”

Gilead, Marilynne Robinson

Descrizione ♦ 

La Robinson esordisce negli anni ’80 con Housekeeping, romanzo che gli vale sin da subito una discreta fama. Il senso comune (o la logica del marketing) vorrebbe che intraprendesse una proficua carriera a base di romanzetti a scadenza triennale. Ma la Robinson sa dosare la parola, conosce l’intimo valore del silenzio. Per quasi dieci anni non pubblica niente, ritorna sulle scene all’inizio degli anni ’90 con un paio di raccolte di saggi che trattano temi interni alla dottrina calvinista (la fede presbiteriana – lo vedremo – rappresenta il suo filtro prediletto), insomma il contrario di quello che ci si sarebbe aspettato. Sarà che per lei la pubblicazione non rappresenta un’ansia da esorcizzare, la scrittura non è un compito da espletare per veder riconosciuto il proprio status. Probabilmente è questo che cerca di insegnare come docente dell’Iowa Writers’ Workshop, uno dei più ambiti corsi di scrittura creativa americani, chioccia di poeti e narratori (T.C. Boyle e Michael Cunningham, per fare due nomi). Nelle aule della University of Iowa si consuma (memore del passaggio di John Cheever) una lunga tradizione minimalista, dal minimalismo parte anche la scrittura della Robinson, approdando a esiti più inclusivi, un periodare aereo ma carico di pathos. Ai sopracitati saggi segue un ennesimo periodo di silenzio rotto nel 2004 da Gilead, a cui si aggiungono Casa e Lila, il trittico romanzesco segna la definitiva consacrazione. Gilead narra la vicenda del reverendo John Ames e dei suoi avi, o meglio è lui stesso a raccontarcela in forma diaristica. Il reverendo sente l’approssimarsi della fine, le vecchie ossa cedono e la fede non basta più per testimoniare il passaggio nel mondo. Si propone di tramandare ciò che (non) ha appreso al figlio di sette anni, di problematizzare la religione che ha scelto di seguire, come gli altri due John Ames della sua vita: il nonno dalla fede incrollabile e combattiva, alfiere di una giustizia aggressiva, portavoce di un Dio punitore, che deve fare il male per raggiungere il bene, al punto da spingerlo nell’esercito unionista ai tempi della Guerra di Secessione; il padre, pacifista convinto, dall’indole contemplativa, forse troppo quieto per resistere all’intransigenza dell’ex soldato che lo ha generato. E lui? Il John Ames che scrive di che pasta è fatto? Se lo chiede spesso, si rispecchia negli occhi del figlio a cui sono dedicate pagine di struggente bellezza. E’ un padre irrisolto, dubbioso sul ruolo di genitore, dubbioso di essere un buon marito per la giovanissima Lila. La fede lo salva, gli fornisce una forza incrollabile, eppure non pacifica tutte le inquietudini, non dà risposte definitive. John Ames ha bisogno dello scontro, del polo negativo in cui ritrovare sé stesso. Da piccolo lo cercava nel fratello ateo, adesso lo rivede in Jack Boughton, il sinistro e scapestrato figlio del suo amico fraterno, il dubbioso per eccellenza, alla cui figura si aggiunge l’ombra di un passato ignoto. La grandezza della Robinson sta nel suggerire le emozioni del reverendo Ames attraverso il non-detto, un sequela di pensieri laterali che portano allo scoperto le costruzioni emotive del protagonista.

divisore

 Citazioni ♦ 

“La luna è splendida in questa calda luce serale, proprio come la fiamma di una candela è bellissima nella luce mattutina. Luce nella luce. Sembra una metafora di qualche sorta. Tante cose lo sembrano. Ralph Waldo Emerson è insuperabile in questo.

Mi sembra una metafora dell’anima umana, la luce individuale racchiusa nella grande luce universale dell’esistenza. O sembra la poesia racchiusa nella lingua. La saggezza racchiusa nell’esperienza, forse. O il matrimonio racchiuso nell’amicizia e nell’amore. Cercherò di ricordarmi di usare questo concetto”.

Milano calibro 9, Giorgio Scerbanenco.

Descrizione ♦ 

La scrittura di Scerbanenco è una scrittura ruvida, ostica, che non lascia spazio agli ornamenti letterari e annulla bruscamente la distanza tra lettore e storia, facendo precipitare immediatamente il primo dentro la seconda. In tutti i racconti traspare una nera vena di cinismo, che insieme al linguaggio spesso poco raffinato da un tocco più umano allo stile dell’autore, tocco che contribuisce a rendere i suoi racconti fruibili in maniera immediata. Storie che raccontano una Milano nera, marcia, avvolta dalla cupa ala della malavita; storie che hanno per protagonisti emarginati, criminali, balordi e persone coinvolte in fatti delittuosi che Scerbanenco svela lentamente con freddo distacco. Storie che hanno il loro teatro non solo nelle periferie malfamate e nelle zone losche, dove si annida prevalentemente la criminalità di strada, ma che si svolgono anche nelle zone benestanti, tra quei personaggi apparentemente “a posto”, dipingendo quella faccia della “Milano da bere” che si cela dietro la maschera del benessere e del lusso. Ventidue racconti rapidi, schietti, che mirano dritti a mostrare agli occhi del lettore tutto il sudiciume, la miseria e la ferocia dei fatti criminali che in essi vengono raccontati. Un libro da leggere per intero, e mandare giù come una sorsata del peggior liquore bevuto nel peggior bar del peggior sobborgo metropolitano. Un ottimo esempio di letteratura noir, che tratteggia un ritratto di un mondo criminale che, per quanto possa risultare ai giorni nostri piuttosto datato, per molti suoi aspetti rimane ancora attualissimo. Da vedere anche la trasposizione cinematografica di Fernando Di Leo, mirabile esempio di film poliziesco anni ’70, ispirato a uno dei racconti presenti nel libro.

IMG_3018

Citazioni ♦

“La voce di Frank la fermò. – Senti, tesoro, aspetta un momento che ti offriamo un passaggio. – Non che fosse un grande italiano, era un newyorkese, con delle parole italiane anziché inglesi, ma era italiano e comprensibile. Allora Kekka, Francesca Gattoni, capì che era morta.”.

Crocevia, Mario Vargas Llosa

Descrizione ♦

Vargas Llosa è stato il primo scrittore peruviano a vincere, nel 2010, il premio Nobel per la letteratura. Il riconoscimento fu assegnato “per la sua cartografia delle strutture del potere e per le acute immagini della resistenza, rivolta e sconfitta dell’individuo”. Nel suo nuovo romanzo, Crocevia (Einaudi), si ritrova ancora al centro il lato oscuro della vita politica. Lima è minacciata dagli attacchi terroristici. I personaggi abbandonano all’improvviso discorsi e cene allo scattare del coprifuoco. La vicenda sentimentale ed erotica di due donne comincia proprio perché Chabela è a casa di una vecchia amica, Marisa, e dopo aver cenato e bevuto si accorge che è troppo tardi per andare via. Ecco dunque che l’attrazione tra le due si innesca perché la Storia le spinge una notte a stare a casa insieme e a dormire nello stesso letto. Per Mario Vargas Llosa l’esistenza intima degli individui è sempre il risultato dell’interazione con lo scorrere più ampio della vita della società. Il potere modella le epoche, le epoche plasmano i cittadini, i cittadini sovvertono il potere. Nello stesso modo, ma con una violenza maggiore, anche il marito di Marisa, Enrique Cárdenas, viene sbalzato dalle sue abitudini per un raggiro oscuro tramato da un potere all’inizio senza volto. Viene ricattato – esistono foto che lo ritraggono in un’orgia – e lui, famoso e ricco, rifiuta di piegarsi alle minacce. Enrique si consulta con un vecchio amico, Luciano, marito di Chabela… Inquietudine, vergogna, morbosità e seduzione precedono l’esplosione dello scandalo. Tutta Lima non parlerà d’altro. La trama narrativa costruita da Llosa svela poco alla volta l’altra trama, quella politica, la trappola in cui è precipitato Enrique. La sua parabola è una caduta a picco. Precipita prima dentro se stesso, dimagrendo, poi si affossa in una disperazione incredula, finché la discesa non lo porterà a toccare il fondo in una turpe prigione abitata da mostri. Vargas Llosa è stato il primo scrittore peruviano a vincere, nel 2010, il premio Nobel per la letteratura. Il riconoscimento fu assegnato “per la sua cartografia delle strutture del potere e per le acute immagini della resistenza, rivolta e sconfitta dell’individuo”. Nel suo nuovo romanzo, Crocevia (Einaudi), si ritrova ancora al centro il lato oscuro della vita politica. Lima è minacciata dagli attacchi terroristici. I personaggi abbandonano all’improvviso discorsi e cene allo scattare del coprifuoco. La vicenda sentimentale ed erotica di due donne comincia proprio perché Chabela è a casa di una vecchia amica, Marisa, e dopo aver cenato e bevuto si accorge che è troppo tardi per andare via. La Lima di Crocevia è deserta, ci si aggirano solo spazzini, nottambuli, mendicanti, qualche vagabondo addormentato in giro. Gli avvoltoi beccano l’immondizia e gracchiano. Il cielo plumbeo detta giornate grigie e l’umidità appanna i vetri nelle auto incastrate nel traffico intenso. Questa opacità dell’aria è composta della stessa sostanza che annebbia i protagonisti della storia: tutti ambigui, tutti in bilico tra desiderio di giustizia e inclinazione al compromesso. Marisa tradisce il marito con un’amica, il marito a sua volta mente all’amico. In mezzo a questo territorio in cui gli esseri umani attraversano di continuo il confine tra luce e buio, tra verità e menzogne, si colloca il giornalismo. Il sistema dell’informazione è in grado di infangare un uomo onesto come di denunciare la dittatura politica, che si serve proprio dei giornali per combattere gli avversari. Il giornalismo diventa la quintessenza delle contraddizioni: ora copre i fatti, ora li smaschera. È proprio verso questo l’orizzonte che si dirige tutto il romanzo, portando i personaggi e lettori a rispondere alla domanda che aleggia in ogni pagina: chi c’è dietro questo scandalo? E perché? In Crocevia Vargas Llosa torna a raccontare la dittatura. È un libro che può si inserire nel cosiddetto sottogenere dei “romanzi della dittatura”, tradizione letteraria ispanoamericana che comprende una costellazione di romanzi e di scrittori che va da Gabriel García Márquez (colombiano) a Carlos Fuentes (messicano), da Augusto Roa Bastos (paraguaiano) ad Alejo Carpentier (cubano), fino a Roberto Bolaño (cileno). Pur scrivendo un libro dalla struttura semplice e dall’impianto per nulla complesso – né affidandosi a virtuosismi stilistici – con questo ultimo testo Vargas Llosa conferma la sua volontà di raccontare sentimenti forti, che fanno crollare anche gli uomini e le donne più saldi. Quando descrive gli incontri tra Marisa e Chabela, le due si guardano negli occhi “con complicità e un accenno di spudoratezza, nascondendo il turbamento”. Ma tutti i suoi personaggi prima o poi tremano dalla testa ai piedi, scossi da agitazioni lancinanti, che si tratti di terrore o di godimento.

divisore                                       

Citazioni ♦ 

“Chabela doveva rimanere senz’altro da Marisa, era meglio che farsi arrestare da una pattuglia per non aver rispettato il coprifuoco. Maledetto coprifuoco. Ma, certo, il terrorismo era peggio”

“E’ il mio migliore amico da quando portavamo i pantaloni corti, ma continuerà a esserlo dopo questa cosa?”

“La città si faceva sempre più povera e vecchia a mano a mano che procedeva, tra i banchetti delle venditrici di fiori, di cibo, di frutta, di dolciumi di ogni genere, le vecchie case coloniali che sembravano sul punto di crollare, i ragazzini cenciosi, i mendicanti e i perdigiorno che dormivano ancora sdraiati negli androni o sotto i lampioni”.

 

Antigone, Sofocle

Descrizione ♦

La protagonista ha visto i fratelli uccidersi reciprocamente, il primo all’assalto di Tebe, il secondo a difesa della città, su cui regnava. Ora il sovrano della città è diventato Creonte, che ha ordinato che il corpo del traditore rimanga insepolto, ma Antigone non accetta il bando: se Creonte agisce così in nome delle leggi scritte, per impedire che la città cada in preda all’anarchia, Antigone ritiene che le leggi degli dèi e i vincoli del sangue debbano essere salvaguardati ad ogni costo. Tuttavia sarebbe fortemente limitativo interpretare “Antigone”, sulla scia dell’intuizione hegeliana, come un conflitto fra le due forze più profonde operanti nella storia: la famiglia e lo stato, entrambe legittimate a imporre le proprie leggi. Nell’insanabile dualismo fra Antigone e Creonte, la tragedia chiama in causa le alternative intrinseche all’esistenza umana, opposizioni irriducibili che si manifestano in cinque coppie polari: uomo-donna; vecchiaia-giovinezza; società-individuo; vivi-morti; uomini-divinità. Antigone è donna, giovane, si ribella contro una società patriarcale a cui una donna doveva sottostare; ogni sua cura è rivolta al mondo dei morti e alle leggi non scritte che lo governano: la sua norma sono gli dèi. Creonte è maschio, anziano, ritiene che la dimensione dell’uomo sia lo stato: ogni sua decisione è presa in funzione di chi è vivo. Queste strutture fondamentali della vita, ieri come oggi, costituiscono un’esperienza umana che tiene i due protagonisti lontani da un semplice e sterile dibattito ideologico, riversando nel loro antagonismo insanabile la passione e anche la violenza con cui i mortali vivono le inevitabili fratture della loro limitatezza.
Un mito che attraversa più di due millenni e la cui presenza nella storia della civiltà occidentale è pressoché ininterrotta. Antigone ribelle, Antigone dolente, Antigone eroica, Antigone martire…

divisore

Citazioni ♦

“ISMENE: «Il cuore hai caldo per cose che agghiacciano.»”

“ANTIGONE: «A proclamarmi questo non fu Zeus, né la compagna degl’Inferi, Dice, fissò mai leggi simili fra gli uomini. Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove. E a violarle non poteva indurmi la paura di nessuno fra gli uomini, per poi renderne conto agli dèi. Sarei morta: lo sapevo anche senza il tuo bando. Morirò prima del tempo? Ebbene, lo considero un guadagno: chi vive, come vivo io, fra tante sventure, non ha forse nel morire un guadagno? é il caso mio: per me l’avere in sorte questa morte non è punto un dolore: lo sarebbe se avessi osato lasciare insepolto il morto, uno che nacque da mia madre. Non è dunque di questo che m’affliggo? Un gesto folle tu lo credi? Forse il folle è chi m’accusa di follia.»”

“ANTIGONE: «E perché indugi? Delle tue parole nulla mi piace, e non mi piaccia mai! Così tu non approvi le mie idee. Eppure, donde mai potevo trarre una fama più splendida di gloria, che dando sepoltura a mio fratello? Tutti m’ approverebbero, se a tutti non chiudesse la bocca la paura. Il vantaggio, fra i tanti, del tiranno è poter fare e dire ciò che vuole.»”

“EMONE: «[…] Ebbene, non portare in te quest’abito mentale, e basta, credendo che giusto sia quello che tu dici e il resto no. Chi ritiene d’avere lui soltanto il senno oppure una fecondia, un’anima preclusa ad altri, se lo smonti e guardi dentro, c’è il vuoto. Che un uomo, sia pure un saggio, apprenda molte cose ed eviti punte caparbie, non è certo cosa che rechi disonore. […] anche imparare è bello, da coloro che tengono discorsi ragionevoli.»”

“CREONTE: «Chi, se non io, comanda in questa terra?»
EMONE: «Ma lo Stato non è di un uomo solo»
CREONTE: «Come? Non appartiene a chi comanda?»
EMONE: «Saresti un bel sovrano in un deserto.»
CREONTE: «Lui sta con una donna, a quanto pare.»
EMONE: «Se la donna sei tu: di te mi curo.»”

“TIRESIA: «[…] Tutti gli uomini sbagliano; però, dopo lo sbaglio, non sarà né stolto né disgraziato l’uomo che, piombato in un guaio, rimedia e non s’ostina. Caparbietà, significa stoltezza.»”

“TIRESIA: «C’è qualcuno che sa, che ci riflette…»
CREONTE: «Cos’è questa generica sentenza?»
TIRESIA: « … che il più grande dei beni è avere un senno.»
CREONTE: «E il non averlo il peggiore dei guai.»
TIRESIA: «Proprio di questo morbo tu sei preda.»
CREONTE: «Non ricambio l’ingiuria: sei profeta…»
TIRESIA: «Lo fai, dicendo che profeto il falso.»”

“I NUNZIO: «[…] Arricchisciti pure a piene mani, se credi, e vivi con pompa regale: ove manchi la gioia, per il resto, in confronto al piacere, io non darei neppure il prezzo di un’ombra di fumo»”

“CORIFEO: «Non so: ritengo grave sia l’eccesso di silenzio, sia tante grida inutili»”

Flavia de Luce e il delitto nel campo di cetrioli, Alan Bradley

Descrizione ♦ 

Difficile fare un riassunto della trama senza troppi spoiler. Basti sapere che Flavia, bambinetta undicenne appassionata di chimica, una mattina trova un cadavere nell’orto di cetrioli della sua casa. Un cadavere che, purtroppo, riconosce nell’uomo con cui ha sentito il padre litigare proprio la notte precedente. Flavia è curiosa, sfacciata, impavida, e si mette quindi ad indagare su quanto successo. Metti che i poliziotti da soli non ce la facciano, meglio che ci sia lei pronta a dar loro una mano. Inizia così tutta una serie di indagini, che portano alla luce un oscuro passato che riguarda i tempi dell’Università di suo padre. Flavia non si ferma di fronte a nulla, nonostante le avvertenze a fare attenzione di chiunque la circondi, e metterà così a rischio più e più volte la sua vita. La trama e i personaggi sono sicuramente strampalati. Ma è una cosa voluta, che dà forza al romanzo, rendendolo leggerlo e davvero divertente da leggere. Flavia è un personaggio fenomenale: bambina orfana di madre, con due sorelle un po’ arpie con cui scambia tutta una serie di scherzi crudeli. E’ appassionatissima di chimica e adora fare esperimenti nel suo laboratorio. Ha una bicicletta di nome Gladys e una forte amicizia con Dogger, il tuttofare di casa, che da dopo la guerra ha dei momenti in cui non è presente. E’ una bambina che non ama molto lavarsi e che adora ficcare il naso in tutto ciò che non la riguarda. E’ impossibile non adorare un personaggio così.
Rispetto ad Aringhe rosse senza mostarda, ho trovato in questo libro una maggiore attenzione alla trama, sebbene sia a volte un po’ troppo intricata, e alle relazioni tra i vari personaggi. Forse perché questo è un libro d’inizio, in cui i protagonisti ci vengono presentati per la prima volta e su cui quindi l’autore si è giustamente soffermato di più.

IMG_3018

Citazioni ♦

“Un breve intervallo, e poi ancora un colpo. E la porta iniziò a socchiudersi. Era Dogger. Infilò lentamente la testa nella stanza.
“Colonnelo de Luce” disse .
“Siete voi?”.
Mi immobilizzai non osando nemmeno respirare. Dogger non mosse un muscolo, ma guardando fisso davanti a se con l’espressione di attesa di un servitore ben addestrato che conosce il suo posto e si fida delle sue orecchie per capire se è inopportuno.”.

Scomparsa, Joyce Carol Oates

Descrizione ♦ 

Colta, raffinata e dalla grande vivacità intellettuale, la Oates torna in libreria con un libro che, a suo modo, trascende il genere, e nel quale il racconto di un preciso momento umano si mescola all’analisi di una società in via di trasformazione.
In una foresta dove i pini si susseguono all’infinito e le pendici cadono a picco ci si può perdere. Ma Cressida Mayfield, diciannove anni, non si è persa. Attorno alla mezzanotte del 9 luglio è stata vista in compagnia di Brett Kincaid, caporale dell’esercito rientrato dall’Iraq ed ex fidanzato della sorella Juliet, poi scomparsa “con l’apparente facilità con cui un serpente contorcendosi si libera della pelle ormai secca e logora”. L’intera comunità della piccola cittadina di Carthage inizia una ricerca frenetica della ragazza e di un colpevole. Così, in Scomparsa, mentre le piste finiscono una dopo l’altra in un vicolo cieco, la superficie molto perbene della città inizia a mostrare le prime crepe. Chi sono davvero Zeno e Arlette, i genitori della ragazza scomparsa? E la sorella Juliet è proprio la figlia serena e solare, facile da amare, che tutti conoscono? Perché lei e Brett hanno rotto il fidanzamento al suo ritorno dalla guerra? Fantasmi e segreti spaventosi sembrano incombere dai luoghi remoti dell’animo di molti cittadini di Carthage, inquietanti e mai esplorati come i boschi fitti di quella foresta così vicina ai borghesissimi quartieri residenziali. Cressida Mayfield è una figlia ombrosa, troppo intelligente, dotata di una ferocia puritana che l’ha tenuta lontana dagli uomini, ma è davvero solo questo? Perché i genitori hanno scelto per lei un nome così strano che suona come una maledizione, “Cressida, la donna che nessuno ama”? Joyce Carol Oates torna a toccare i temi che ossessionano la sua migliore narrativa: l’ipocrisia delle piccole comunità pronte a coprire i peggiori segreti e la capacità umana di abbandonarsi alla violenza, e lo fa mettendo sotto la sua precisissima lente di scrittore il dramma di una famiglia.

divisore

Citazioni ♦ 

“Non sopportava che la definissero scomparsa. Insisteva che si fosse perduta. Cioè, probabilmente perduta. Si era allontanata da casa, o era scappata. Chissà come, si era perduta nella riserva di Nautaga .Il ragazzo con cui era stata vista (di questo suo padre non si capacitava: la figlia aveva detto ai genitori che avrebbe trascorso la serata in compagnia di altri amici) aveva ripetutamente affermato che non sapeva dove fosse. Se n’era andata.”

La scuola cattolica, Edoardo Albinati

Descrizione ♦ 

Albinati macina pagine e pagine in modo del tutto consapevole, dialogando a volte con i lettori e l’argomento è proprio quello della ponderosità, o comunque della necessità: «Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora qualche riga, se non ci ragionassi sopra con calma, i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine su grandi fogli bianchi». A volte invece concede al lettore, se non gli va di approfondire un capitolo, di saltare avanti. Altre volte si scusa, fa un sunto dei capitoli che state per affrontare, casomai non dovessero interessare. Ecco, la questione è che non soltanto questo libro è importante, a volte grandioso, non soltanto necessita di tutte queste pagine, ma grazie a questo tempo che si prende, a questo spazio che si prende, genera un tipo di narrazione assolutamente originale che, insomma, può rimanere un punto fermo degli anni letterari che stiamo vivendo. Il protagonista si chiama Edoardo, e probabilmente è anche letteralmente il romanzo della vita di Albinati, per quanto possa esserlo un romanzo, cioè mai; ma è soprattutto un libro molto ambizioso; non perché il nucleo sostanziale sia originale o potente, ma quasi al contrario: perché è un romanzo contenitore, e contiene il tentativo, lo sforzo meraviglioso di mettere in gioco tutti i tasselli che la vita ti ha messo davanti, raccoglierli tutti, tutti, uno per volta, e cercare, avendoli messi insieme, di capire la propria esistenza, quella della propria scuola, del quartiere (il quartiere Trieste); per cercare di comprendere le radici o la follia di un delitto spaventoso, e quindi i modi in cui un Paese intero li accoglie, li digerisce e alla fine cerca in qualche modo di espellerli. Prende tutta questa materia e cerca pian piano, appassionatamente, un modo per attraversare il mondo con un senso, avendoci capito qualcosa, e soprattutto provando a pensare che alla fine poi un modo di stare al mondo si trova. Quindi il racconto si prende tutto il tempo, tutta la libertà che vuole. E in questo consiste la sua specialità (e quindi le sue 1300 pagine ne costituiscono quasi la ragione principale della sua forza). È proprio questo il dialogo con il lettore: io lo devo fare, devo andare per la mia strada, ho rotto gli argini del tempo e dello spazio da occupare, se li ho rotti vado dove voglio per quanto tempo voglio. Puoi seguirmi o no, per un tratto o disordinatamente. Ma io vado. E in questa formula di libertà, si concede praticamente tutto. E in questo concedersi tutto sta praticamente la potenza espressa al massimo della sua scrittura, ma anche della letteratura in sé. In definitiva: un libro di 1300 pagine, allora, vuol dire che è già per questo un libro importante? La risposta è no. Per quanto riguarda invece questo libro, la risposta invece è: decisamente sì. Un libro importante. Questo è quello che bisogna, in fondo, dire. Perché si finisce dentro un mondo e una vita e non si ha nessuna fretta di uscirne, e intanto che si gode l’alternanza tra racconto e ragionamento (ma non è questa la vita? Vivere e ragionare su come si vive?) si prova un’enorme ammirazione e un morboso piacere.

IMG_3018

Citazioni ♦ 

“Può esservi una rigenerazione che non passi attraverso la violenza? Come può rinascere qualcosa che non sia prima disgregato? Si può passare da un ordine a un altro senza che vi sia un intervallo di caos? Chi indica la salvezza la intravede oltre una barriera di fiamme. Più alte si levano, prima bruceremo, prima saremo risanati. Occorre che il campo bruci perché sia fertilizzato. L’unica salvezza dal disastro è un disastro ancora più grande.”

“Laddove c’è giustizia c’è lotta, laddove c’è lotta c’è speranza di giustizia. Ma questa speranza si fonda sulla possibilità di distruggere ciò che è ingiusto, colui che è ingiusto. La giustizia dunque non è altro che contrapposizione e lotta.”